11 settembre 2001. Le sei e mezza di sera.
Metto l’ora perché non so cosa potrà accadere da qui a quando avrò finito di scrivere. Ora guardo New York bruciare. Ascolto un giornalista annunciare che il presidente degli Stati Uniti è ancora per aria e non osa mettere piede sul suolo del suo paese. L’annunciatore lo interrompe per una pausa tecnica, uno stacco pubblicitario.

Spengo il televisore: sono disposto a molto ma non a permettere che la reclame di un cellulare si frapponga tra me e ciò che di orrendamente vero sta accadendo al mondo. Quello che sto guardando accadere è la fine del mondo. Il mondo dove sono nato si è dissolto in un’immensa nuvola di fumo e detriti un paio d’ore fa. Dentro quella nuvola si è dissolta la vita di migliaia di uomini e di donne; molte altre migliaia di vite spariranno ancora tra qualche ora e qualche giorno, tra un mese, tra un anno: la fine sarà un’agonia lunga e orrenda. Fra un poco riaccenderò il televisore, ma quando non ce la farò più a guardare morire il mondo, dovrò chiedermi se e come sopravvivrò in quello che verrà. E se lo potranno fare le persone che mi sono vicine, le persone che amo, se lo potrà fare tutto ciò che di questo mondo che sta finendo stimo e rispetto e amo.

Riaccendo la TV. Ecco, la nuvola di New York si sta già spargendo ovunque. È già arrivata alle Borse e le ha annientate. Considero vigliaccamente che nel nuovo mondo ci entrerò più povero, molto più povero. Ma forse è meglio così. In un paio di ore si è scatenata e si è conclusa la terza guerra mondiale. L’America è stata attaccata e sconfitta. Nella prima e ultima battaglia l’hanno bombardata e ne hanno spianato il suo cuore. Quello che ora potrà fare, e che farà, sarà solo vendicarsi, e in qualunque modo vorrà vendicarsi i conti non torneranno mai. Nel crollo del World Trade Center non è morta soltanto della gente, tanta gente, è morta qualunque speranza di una sistemazione civile del mondo. Dunque non è stata semplicemente attaccata l ’America, ma il mondo intero, il mondo civile. Il mondo che desiderava libertà, dignità, equità, pace. Quel mondo domani non avrà più voce; finito, kaputt.

Ha vinto l’Impero del Male. Quello vero, non quello delle ossessioni che ci hanno voluto far credere che, sconfitto il comunismo, tutto si sarebbe risolto nella Nuova Era di pace e benessere universali. Eccola la pace. Non so se l’Impero del Male abbia un presidente: se quel presidente è Bin Laden, c’è da chiedersi come si sia potuto creare quell’uomo, lasciarlo vivere e prosperare: un uomo che vince contro il mondo intero. Certamente l’Impero ha molti ministri, molti consiglieri e molti schiavi al suo servizio: è penetrato dove neppure il più ardito e folle dei guerrafondai è mai riuscito. Ci è riuscito perché si muove nell’oscurità delle sentine e delle fogne dell’intero pianeta. Può farlo impunemente perché l’Impero del Male non ha né un paese né un popolo: è un Impero di élite. La sua guerra è contro la vita, la vita di tutti tranne che di se stesso. Ha in odio la giustizia, qualunque possibilità di giustizia. Non ama nessuna causa se non la propria. Che non è in favore di nulla e non aiuta nessuno.

Chi ha scatenato la guerra sa bene che da oggi non c’è più un solo cittadino americano che possa pensare serenamente alla propria vita, ma da domani non ci sarà neppure un solo bambino, o donna o uomo in Iraq che potrà esser sicuro di arrivare a sera vivo. Né un palestinese che potrà aprire bocca sui propri diritti. Né un pacifista che potrà pronunciare la parola pace a voce alta. Nessuno al mondo domani potrà chiedere che la giustizia sia anteposta alla vendetta.

Questo è il nuovo mondo. Non posso credere che sia opera di un folle, non posso credere che il mondo che è finito sia stato così debole, così fragile da essere spazzato via da uno sceicco miliardario. Forse invece è così. Forse in questi dodici anni di Nuova Era, chi ha governato il mondo lo ha fatto così stupidamente da averlo consegnato tra le mani del terrore e del male. Che domani avrà un’infinità di posti dove andare a nascondersi e attendere, prosperando, di raccogliere nuovi dividendi. C’è almeno metà del mondo, ci sono miliardi di persone che guardano indifferenti alla nube di New York. Tra loro qualche milione gioisce per quella nube. È il mondo di fuori, il mondo che dal mio non ha avuto niente di buono, né ha mai potuto aspettarsi una sola buona notizia per sé. Il mondo dei disperati e dei senza futuro a cui non abbiamo saputo dare nulla di quello che stiamo perdendo oggi. Né pace, né giustizia, né dignità, né benessere.

Le prime vittime della quarta guerra mondiale, quella della vendetta, saranno loro. Non certo Bin Laden né nessuno dei ministri e dei dignitari del nuovo impero. La televisione mi dice che il presidente degli Stati Uniti è finalmente sceso a terra. Dio protegga l’America, Dio protegga tutti noi.

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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