Ariel Sharon non vincerà mai la sua guerra. Fra dieci, tra venti, tra cinquant’anni, tra mille, diecimila, centomila morti, ci sarà alla fine uno stato palestinese indipendente. Non lo dico perché mi sono improvvisamente scoperto profeta e propagandista della Causa, ma perché c’è scritto dentro la storia, appartiene al naturale suo svolgersi. La storia che è "maestra" e che agli stolti e agli irresponsabili non riesce a insegnare mai niente. Non c’è occupazione militare al mondo che sia durata in eterno, e questa durerà assai meno di altre, perché in quella terra la contiguità, l’intreccio, la promiscuità fisica e geografica tra occupante e occupato è straordinaria e micidiale per l’uno e per l’altro.
Avrebbe un solo modo Ariel Sharon per vincere la sua guerra: eliminare tutti e quattro i milioni di palestinesi dai Territori.
Ma nemmeno questo la Storia consente, e comunque, nella sua visione del mondo, Sharon può concedersi molto, ma non tutto.
Nascerà uno stato palestinese e non sarà bello a vedersi, così come non bello sarà a vedersi Israele. Questo è il risultato sicuro, l’unico, di trenta anni di occupazione, condotta senza quel briciolo di civile intelligenza, o di lungimiranza, che non è mai mancata in Palestina nemmeno all’Impero di Roma. Ci saranno due piccoli mostri tra non molto nella terra del Risorto; il grado della loro mostruosità dipenderà da quanto sangue e rabbia e paura dovranno essere ancora generati per partorirli. Uno stato palestinese mostruosamente pervaso e invaso da frustrazioni incolmabili e desideri di vendetta, meta di quanti, in giro per il mondo, avranno di sfogare le une e gli altri.
Uno stato ebraico mostruosamente agghiacciato nella paura e nella recriminazione, costretto ad affidarsi a una abnorme concentrazione di armi e di chi sappia usarle, disposto a pagarli con quote sempre maggiori della propria civiltà. Questo è un altro impagabile regalo di Sharon e dei suoi maestri: la distruzione di due culture civili uniche in tutto il Medio Oriente, di cui una è la sua. Sarà bene ricordare che la società palestinese, al pari di quella ebraica, era profondamente laica, aperta, democratica e cosmopolita, che queste sue qualità non sono mai piaciute ai regimi della zona e sono state giudicate assai pericolose dagli occupanti. Sarà bene ricordare che l’unico investimento degno di nota di Israele nei territori occupati, a parte il molto dato alle sue colonie, è stata la costruzione e il mantenimento dell’università Islamica da cui è nato Hamas, facendo conto che Hamas, giustamente, avrebbe indebolito l’Olp, minandone le basi di consenso laico con l’oltranzismo religioso.
Questa è stata la lungimiranza israeliana. E a caccia dei terroristi di Hamas, oggi dovrebbe andare a colpo sicuro, visto che quegli uomini il Mossad li ha fatti nascere e li visti crescere. Quei ragazzi e quelle ragazze che si fanno saltare in aria, massacrando senza giustizia alcuna, sono i figli di una generazione di uomini e donne di ben altre aspettative e pensieri, mortificati per tutta la vita nelle loro aspirazioni più umane e civili, resi per i fondelli da tutto il mondo civile e incivile. Che ha saputo stilare per loro una montagna di giuste risoluzioni e mai, mai, un vero atto risolutivo. Lo stato palestinese che nascerà non è quello che ha sognato Arafat - qualcuno ricorda che il partito del terrorista Arafat è tra i moderati nel parlamento palestinese?- e la sua generazione, non quello che sognavamo noi, ragazzi che portavamo il suo scialle trent’anni or sono. Israele che sopravviverà non sarà né quella sognata dai suoi padri, né quella per cui disperano i miei amici israeliani che ieri mattina sono stati manganellati a sangue dalla loro polizia perché gridavano Peace Now, pace adesso. Pace adesso è una bestemmia, un insulto personale per Sharon e sedizione per il suo governo.
Sharon non vuole la pace perché non vuole uno stato palestinese e perché in pace non sarebbe niente, nessuno. Cosa ha da dire l’uomo di Shabra e Shatila al suo popolo in tempo di pace? Sharon ha bisogno del terrorismo come un pugile del suo avversario, un giocatore dei suoi dadi. E infatti in questi giorni sta fabbricando grandi quantità di terrorismo, bastante per insediare nella terra del Risorto mostruosità in eterno. Ho un amico, poeta e trozkista, figlio del rabbino della mia città.
Da ragazzini, quando andavamo per le crose a fumare sigarette di nascosto, gli chiedevo di raccontarmi per filo e per segno come sarebbe stato il kibbuz dove saremmo andati, appena trovati un po’ di soldi, a vivere il primo sogno realizzato al mondo di socialismo poetico.
Il suo racconto mi faceva bene perché parlava di qualcosa di straordinariamente concreto, realizzabile senza dover mettere a ferro e fuoco il mondo.
Quando di soldi abbiamo finalmente cominciato a vederne un po’, di quel progetto ce ne eravamo per fortuna dimenticati. Fossimo andati, saremmo morti di crepacuore. Lui, che è il migliore dei due, per primo.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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