GIBILTERRA - La prima cosa che si impara, arrivando a Gibilterra, è che, se si vuole dire la propria opinione sul futuro della rocca contesa, bisogna allenarsi per correre veloce. La scorsa settimana il governatore David Durie ha infranto la secolare regola che gli imporrebbe il silenzio, annunciando che si aspetta «idee fresche, dopo l´estate» e, appena è passato sulla Main Street facendo jogging, sono usciti in quattro da un pub per inseguirlo al grido di «venduto!».
Li ha seminati, ma non ha smesso di correre fino al termine della strada: Europa Point. Qui c´è un faro controllato a distanza, la casa che fu del guardiano se l´è comprata la cantante islandese Bjork. C´è una moschea recente e grandiosa, dono di re Fahad. L´Imam l´hanno spedito via tre settimane fa, «perché parlava troppo spesso di Jihad» . Hanno pure fatto togliere gli altoparlanti dalla torre del muezzin (che non c´è). La torre è rimasta, invece, e svetta oltre il campanile aggiunto per competizione alla chiesa cattolica di Nostra Signora dell´Europa, gara persa per inferiorità economica rispetto al sultano. Anche il parroco dell´epoca non c´è più. S´è spretato per amore. Ora lavora in un grande magazzino e coltiva ambizioni politiche. Ha aderito a «Voce di Gibilterra», il movimento locale che si oppone a qualsiasi concessione alla Spagna.
Il leader del gruppo si chiama Paul Tunbridge. Ha una cinquantina d´anni, un´ironia alla Monty Pithon, un aspetto che piacerebbe a Ken Loach: testa rasata, occhiali scuri, camicia a scacchi. Guida un pulmino carico di cartelli di protesta. Ha una moglie di nome Annette che si dichiara «pronta a morire per Gibilterra». «O a uccidere», aggiunge, benché tenga in braccio i pannolini per i nipoti. Hanno due figli, poliziotti locali «nonostante una libreria zeppa di ideologia marxista, dove abbiamo sbagliato?» . L´unica causa che li accomuna è la difesa di Gibilterra. Da Europa Point Paul indica la costa del Marocco e quella della Spagna, poi punta il dito contro una briciola nella foschia: l´isola del Prezzemolo. Dice: «Con tutto il casino sollevato in questi giorni, letti i giornali inglesi e spagnoli, sentito il parere di storici e giuristi, quel che ho capito è che quindici capre hanno più diritto di trentamila esseri umani» .
Tanti sono gli abitanti di Gibilterra. Britannici dal 1704 («quando gli Stati Uniti non esistevano ancora» precisano), caduti in guerra per la patria lontana, economicamente autosufficienti, segregati da Franco con la chiusura dei confini, capaci di ribadire con un referendum (contrari soltanto 44 gatti) la loro volontà: spagnoli, mai. La grande festa dei Mondiali, qui, non è stata per la vittoria dell´Inghilterra sull´Argentina, ma per quella della Corea sulla Spagna. Birra gratis da Jane al «Cannon Bar» fino alla chiusura. E, per il fuso orario, la partita era di quelle che terminavano alle 11 del mattino.
Se provi a buttare lì il vecchio proverbio adattato: «Inghilterra o Spagna, purché se magna», ti guardano come uno che bestemmia all´altare. E´ bastato che Jack Straw, il ministro degli Esteri di Blair, aprisse uno spiraglio all´ipotesi della doppia sovranità perché da quello spiraglio piovessero pietre. «Voce di Gibilterra» ha indetto cortei settimanali che finiscono davanti alla fregata militare di Sua Maestà, dichiarata «bersaglio legittimo» .
Il premier locale, Peter Caruana, ha emesso un comunicato per dire evangelicamente che: «E´ più facile che l´inferno si congeli piuttosto che Gibilterra passi alla Spagna». Eddie Campello, un destrorso che si scrive e pubblica da sé il giornale Vox ha proposto il boicottaggio delle cerimonie del governatore e raccolto adesioni unanimi. Da sondaggi eseguiti, i gatti filospagnoli sono ora meno di 44, e l´81 per cento degli inglesi è contro ogni cedimento su Gibilterra.
La buffa disfida del Prezzemolo (qui definita «l´unica guerra vinta dagli spagnoli in questo secolo») è stata presa come un serio avvertimento. «Quelli sono banderilleros per vocazione - dice Paul Tunbridge - appena possono ti conficcano un´asta tra le costole». Mister Albert Buhagir ha scritto una sobria lettera al Gibraltar Chronicle: «La bandiera spagnola e il Trattato di Utrecht se li possono infilare dove non batte il sole». Gliel´hanno pubblicata con risalto: se la Spagna vuole un posto al sole, si rivolga altrove.
E´ una questione difficile da capire, per un viaggiatore straniero. Scendi la costa andalusa, arrivi a La Linea, dove ancora i manifesti annunciano il gran ritorno di Julio Iglesias «tra la sua gente», fai un altro chilometro e sbucano i bobbies, i pub, Marx & Spencer e Dio salvi la regina. Ma non si possono comprendere 2 anni in un giorno, né accettare in una chiacchierata tutta la logica e l´illogica che stanno dietro questo orgoglio di essere «britannici e di Gibilterra fino alla morte». Che ha spinto, pur di sventolare la propria bandiera, a chiedere l´iscrizione a qualsiasi federazione internazionale, ottenendola, infine, da quella degli show canini. C´è, in questa battaglia, un nemico poco nominato che si chiama Europa. La paura è che l´Inghilterra stia cercando alleati per crearsi una posizione dominante contro Francia e Germania. Blair testimone con Berlusconi alle nozze della figlia di Aznar è un segnale che a Gibilterra interpretano in modo univoco. Quel che temono è di fare la parte del regalo di nozze.
E allora che cosa volete, il divorzio e l´indipendenza? «No - è la risposta di Paul Tunbridge - perché il vicino spagnolo ci schiaccerebbe. Vogliamo essere decolonizzati e divenire regione autonoma a sovranità britannica». Il pulmino è arrivato al confine. Il benvenuto spagnolo è una coda cavillosa di un´ora, per ripicca. Se Gibilterra cede, toglieranno le restrizioni. Che, se siamo in Europa, dovrebbero essere illegittime. Ma a Gibilterra nulla è come dovrebbe. Il saluto di Paul è questo: «Qui c´è la base europea di Echelon, tutto quello che ci diciamo lo ascoltano, se non ascoltano bisogna svegliarli con parole chiave, per cui: Saddam, Castro, Guevara e Gibilterra libera, ora e per sempre» .
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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