C’è voluta una mezzora buona, giovedì, perché i tre becchini di Gossolengo riempissero con quella loro terra spessa della Bassa la tomba della Grazia Cherchi. Hanno fatto proprio un buon lavoro, paziente, meticoloso, faticoso. Non gliene importava niente se c’era un bel po’ di gente, anche in su con gli anni, ferma lì a prendersi il sole meridiano sulla cocuzza, a piangere e a dondolarsi sui piedi chiedendosi come mai tutto quel tempo, tutto quello zelo. Gente abituata a cimiteri metropolitani, a sistemi più sbrigativi di sepoltura. Spalavano i becchini, sistemavano la terra per benino, rimboccavano i travasi, e alla fine hanno rifinito a regola d’arte. Sembrava dipinta quella tomba da tanto che era precisa: precisa ‟a regola d’arte”, come amano scrivere nei loro elusivi preventivi a matita gli artigiani del mio paese, sicuri che l’unica notizia che conti sia proprio quella lì. In ogni modo è sempre bello vedere un lavoro ben fatto, è sempre istruttivo. Per molta gente è anche una scocciatura tremenda e un anacronismo stupido e una perdita di tempo. Questione di classe, credo, quella classe, voglio dire, che distingue chi lavora da quegli altri. I becchini di Gossolengo sono per questa ragione fratelli e compagni della Grazia Cherchi; fosse stata lì a vedere, ci sarebbe andata pazza, lei, per quel loro lavorare ‟a regola d’arte”. In fin dei conti faceva la stessa cosa, né più né meno: tutto il santo giorno nella sua officina con comodo di letto e cucina, a darci di pala e badile, di sgrosso e di fino; spianare e ribadire. Parlo del suo lavoro, di quel lavoro che conosco bene perché sono stato un suo cliente. Io e il mio romanzo siamo fieri di esserci serviti da lei, siamo orgogliosi di essere diventati, maldestramente, fratelli e compagni suoi e dei becchini di Gossolengo. Quelli che la mattina si alzano per lavorare, quelli che credono, anacronisticamente, stolidamente, che scrivere romanzi non sia una concessione divina al furore creativo del genio, né il polimero semilavorato da mettere in mano all’allegra brigata dell’ufficio marketing, ma un duro, onesto lavoro, da eseguire a ‟regola d’arte”. Per rispetto a se stessi e alla spettabile clientela dei lettori. Questo me lo ha fatto capire lei. Con l’aggiunta che voleva bene a me e voleva bene alla mia storia, con il di più che ci volevamo bene.
Lei è venuta come a un certo punto nella vita arriva una Zia che spunta da qualche parte chissadove. Una zietta magrolina e golosa, sfumacchiante, bisbetica e prepotente. Una ragazza sola, una ragazza buona come il pane: ti si piazza lì, tra le tue cose di dentro, e senza pudore si mette di buzzo buono a farti la vita migliore, a cercare di farti capire, a convincerti che devi mangiare, che hai bisogno di una giacca, delle vitamine. La Zia non ha bisogno di giustificazioni, non ci sono ragioni per la sua venuta, men che meno per il suo volerti bene. E tu che devi fare? Niente; assistere allo spettacolo, ridere, sbuffare e godertela. E disperare che si stanchi, che lasci la presa da quello che inutilmente pensavi fosse lontano dalla portata delle sue manine, della sua matitina. A tutti, non da ragazzi quando non serve, ma all’età che si è già stanchi, quando si fa fatica a far entrare chiunque nella propria cucina, dovrebbe toccare la grazia di una Zia da tenere a bada, da essere badati.
Nel mio libretto dei numeri telefonici la Zia è alla lettera K, scritta Kerki. Per giocare, per non essere sopraffatti, per lasciare un giusto spazio a me e ai miei difetti, alla mia scrittura un po’ troppo bizzarra, alla mia dieta un po’ poco nutriente. Per ricordarmi ogni volta che il suo duro, onesto lavoro, concerneva il farmi un culo così per ogni mio vezzo, giochino, distrazione e errorino. Che per me era questione di diventare un romanziere decente senza soffrire troppo e tutto insieme. In fondo alla mia storia, in due righette le dico grazie, ti voglio bene. Queste due righe le ho sottratte alla sua lettura di editor. Me le avrebbe corrette e io non volevo.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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