Quando il taxi sbuca dal Lincoln Tunnel l'effetto ottico è perfetto. Le Torri Gemelle sono lì, dove non dovrebbero doppiamente essere: a New York, nel centro esatto di New York, a Columbus Circle, da cui si misurano tutte le distanze. Un po' più basse, sbrindellate, cemento alla base, vetro e poi ancora travi e reti di protezione arancione che danzano nel vento e infine cielo che andranno a occupare crescendo: due Nuove Torri Gemelle a Manhattan. Qualunque luogo sacro costruiscano a Ground Zero, queste saranno le proiezioni profane dei colossi abbattuti: dal World Trade Center all'Aol Time Warner Center, in una parabola che coinvolge la storia d'America, il prima felice poi dolente destino della new economy, un miliardo e settecento milioni di dollari, un milione di metri quadrati di vetro, tremila pinne, cinquanta consulenti per decidere una "clip", dodici uomini che incartano la torta, Steve, Bruce, Ana e qualcosa senza cui niente potrebbe arrivare così in alto e che si può soltanto chiamare "lo spirito di New York". Volendo scrivere delle Nuove Torri, mi informo su chi sia a comandare la baracca. Mi rispondono: Stephen Ross, uffici a Madison Avenue. Telefono, risponde l'assistente: "è in riunione, lasci il suo numero, la richiamerà". Come no: questo tizio costruisce grattacieli, è presidente di una società che fattura miliardi, ha prenotato l'attico di una delle Nuove Torri, che costa 40 milioni di dollari, misura 900 metri quadrati, dispone di nove bagni, due cucine, una bussola per uscirne e... squilla il telefono: "Ciao, sono Steve. Cosa posso fare per te?". Un sacco di cose, ad esempio dirmi se è vero che le torri non le finirete mai perché il matrimonio tra Aol e Time Warner sta fallendo e voi siete la casa prenotata con un mutuo di cui nessuno vuol più saperne. Risposta: "Stronzate! Le nostre fonti finanziarie sono indipendenti da loro, ormai il progetto va avanti, nonostante tutte le voci messe in giro. è solo gelosia dei concorrenti: avrebbero voluto costruirlo loro, qualcosa del genere e invece stanno a guardare e augurano sfortuna. Rispettiamo i tempi e il budget: settembre 2003 consegniamo le chiavi. Okay: abbiamo venduto solo il trenta per cento degli appartamenti, il mercato rallenta, ma riparte presto, chi costruisce è ottimista, sennò farebbe il demolitore. Stiamo costruendo qualcosa di unico, vallo a vedere, ti faccio parlare con Bruce". Caccia due urli in un altro apparecchio: "Trovatemi Bruce! Cercatelo sul cellulare! Ditegli che ha un appuntamento tra un'ora". Lo raggiungono, mi dà un appuntamento di lì a un'ora, in un ufficio di fronte alle torri. Mi aspetto un capo cantiere remissivo. Sbuca un manager sulla sessantina, robusto, camicia azzurra, colletto bianco, due gemelli che valgono tutto il mio guardaroba. Esce da una riunione. Dice: "è la terza da stamattina. Oggi ne facciamo sei. Una pure con l'esperto delle fontane, il consulente che paghiamo per evitare che si ghiaccino". Ci sono anche due fontane, nelle torri. E cinque ristoranti, e dozzine di negozi, perfino nel sottosuolo ("Hugo Boss, Armani, roba così"), e la sala insonorizzata dove suoneranno il jazz, il Mandarin Hotel, gli uffici di Aol e Time Warner, e, sopra, gli appartamenti. "Noi lo chiamiamo il gioiello", dice Bruce. Uno che faceva gioielli così era Martin Dressler, diede il suo nome al romanzo di Millahuser che vinse il Pulitzer, costruiva edifici sempre più folli e li farciva con ogni possibile ingrediente, alla fine arruolerà attori per recitare la parte di quelli che ci vivevano perché nessuno voleva farlo davvero. Fallì. "Ehi, quello è un romanzo di fantasia, noi siamo realtà: acciaio, cemento e vetro. Abbiamo avuto l'idea, trovato il denaro, comprato i materiali, ora andremo su, fin dove vogliamo arrivare e la gente verrà. Vai e vedere che spettacolo stiamo mettendo in piedi. Io devo andare in riunione, ti faccio accompagnare da Ana". Ana è architetto, è giovane, aveva lavorato già con la compagnia che doveva costruire un grattacielo nello stesso spazio a Columbus Circle dieci anni fa, ma non ci riuscì. Prima ci furono le proteste dei residenti, guidati da Jackie Kennedy, che non volevano ombre su Central Park, poi la recessione e amen. Stavolta hanno creato due torri perché la luce possa passare in mezzo, Jackie se n'è andata e la recessione pensano di averla battuta sul tempo, cominciando due anni e mezzo fa quando ancora il Nasdaq era a 5000 punti e ci puntavamo come a una roulette incantata sul nostro numero favorito. Ana ha un marito italiano che l'aveva convinta a trasferirsi. Le avevano dato un posto da segretaria. "Ma io sono architetto". "Con il tempo, se trovi la persona giusta e le chiedi di chiedere a quell'altra...". Sono tornati a New York, lei ha telefonato a un'impresa di costruzioni, chiesto se cercavano architetti, le hanno passato Bruce, ora lavora nella squadra che tira su le Nuove Torri: semplice cosìl. "Sono giovane, sono donna, ma se in riunione dico che ho un'idea, Bruce e Steve stanno a sentire. E, sai che c'è, ho imparato da loro e se adesso questo ragazzo che ci sta portando su con il montacarichi dice che ha un'idea, mi fermo al piano e lo sto a sentire". Il piano a cui ci fermiamo h il trentesimo della Nuova Torre Sud. Qui fra un anno abiterà Ricky Martin, adesso è solo cemento, polvere, travi già arrugginite dalla pioggia e che dovranno essere rinfrescate, lattine abbandonate dagli operai del turno precedente e vista di New York a perdita d'occhio: Central Park ai tuoi piedi da un lato, l'Hudson dall'altro. Colonna sonora: i fiati dei generatori e le percussioni dei martelli. "Guarda giù - dice Ana - Lo vedi quello all'ingresso? Okay adesso non c'è niente da vedere, ma lì ci sarà il più grande muro di vetro d'America, qualcosa di speciale, trasparente come niente che hai visto, tanto che non ti sembrerà di vederlo. Tutto sarà così, si galleggerà, qua dentro". Si esalta parlando di una tecnologia avanzatissima, fibre ottiche che correranno dappertutto, cavi infilati nel cristallo. Le Nuove Torri sono cablate. Le Nuove Torri sono globali: il marmo viene dall'Italia, pietre dal Sudafrica, cemento dal New England, vetro dalla vecchia Inghilterra, via nave fino al Canada e poi giù fino al centro di Manhattan, ed era ancora più conveniente così. Le "pinne", quelle vengono dall'Australia. Le "pinne" sono un effetto speciale. Sono tremila rettangoli di un vetro particolare, incastonati nelle pareti esterne: se guardi non li vedi, producono un effetto ottico, rubano i colori al cielo, rendono cielo quel che stai guardando. Le "pinne" si montano dopo i pannelli di vetro. I pannelli di vetro si infilano nella "clip". La "clip" è un tassello imbullonato all'edificio. Se la "clip" cede, viene giù il vetro. Per questo, 50 consulenti studiano la "clip". La "clip" è importante, come lo sono l'idea, il denaro, le fibre ottiche, il vetro inglese e il marmo italiano, tutti i cervelli dei consulenti e l'alta tecnologia, ma l'ingrediente principale, il più straordinario per la costruzione delle Nuove Torri è quello che sta sulla momentanea cima Sud, facendone il piedistallo del prossimo futuro: è una dozzina di uomini in jeans, canottiera e casco in testa. Tirano su due piani ogni settimana lavorativa, uno ogni due giorni e mezzo. Sbarcano dai montacarichi con gli attrezzi, il radiolone e le gavette del pasto, le scope per le pulizie, perfino. Cominciano a fare il pavimento, quando arrivano a metà costruiscono le colonne e intanto un'altra squadra fa l'altro mezzo pavimento. Mentre piazzano le colonne in quello, fanno il soffitto della prima metà, che due giorni dopo diventa il pavimento del piano successivo. Quando la catena si ferma cominciano a "incartare il palazzo". Vuol dire che ci piazzano i vetri, agganciandoli alle "clip". Otto uomini per ogni pannello di vetro, con le mani, i martelli e basta. Vetri rotti: centomila metri quadrati. Anche quello, secondo preventivo. Non c'è altro mezzo, nessuna più avanzata tecnologia: milletrecento operai con il casco, latinos, asiatici, italiani, americani "come on up for the rising", venite a tirarlo su, canta Bruce Springsteen. Quando si fermano per la pausa pranzo sono la perfetta riproduzione di una foto che fece epoca: una squadra di carpentieri con i loro panini, su una trave sospesa, in un palazzo in costruzione, New York, inizio di un altro secolo. Erano loro i Padri Fondatori della città, sono questi gli uomini che la possono rifondare, qualunque cosa accada. Può arrivare un'altra recessione, Time Warner e Aol possono divorziare lasciando una triste eredità, i cinque ristoranti potranno avere tavoli vuoti e Ricky Martin nessun vicino, non importa, loro tirano su New York, anche se il presidente Bush non si domanda che cosa può fare per te, se alla Enron non assumevano i migliori, loro sono l'altra America, quella senza arroganza né superficialità, convinta che ogni tetto sia solo un pavimento su cui costruire domani.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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