Ho confidenza con l’8 settembre sin a quando mi posso ricordare. Qualcosa di più della confidenza, in verità: per gli standard estetici, morali, politici e umani di mia madre io sono l’8 settembre. "Te sen stramandà come l’8 settembre". A seconda delle età e delle circostanze "stramandà" ha significato, e può tuttora significare: confuso, sporco, disordinato, inconcludente, vacuo, inaffidabile, incomprensibile. Me lo ha singhiozzato, portandosi le mani agli occhi, da bambino, quando rientravo la sera a casa dopo una giornata i furibondi giochi guerreschi nei campi; da ragazzo vedendomi uscire di casa bardato conformemente agli obblighi rivoluzionari; addirittura il giorno delle mie nozze, trovando da ridire sul mio piuttosto informale abbigliamento; e il giorno del mio divorzio, per tutto il resto.
Ha ancora la forza di rinfacciarmelo oggi, dopo avermi sorpreso apparire alla televisione con i calzini calati sulle caviglie e il capello non proprio in piega. Non di rado fa precedere la sua lamentazione da un sospirante "povero né’gnò", povero ragazzo mio, intendendo benevolmente con questo affermare che non è neppure colpa mia se sono così, che nella mia stessa natura essere "stramandà". E a nulla serviranno i suoi sforzi, e neppure i miei, anche se fossi mai in grado di compierne al riguardo. Non si può fare una colpa alla grandine di essere grandine.
Da studente sono stato sommariamente informato dai miei insegnanti sui fatti da cui mia madre aveva tratto ispirazione, e ho dovuto ammettere che, sì, il suo giudizi sul suo diletto figlio non era tenero ma nemmeno sproporzionato: ai suoi occhi di mesta e devota contadina, anelante all’ordine naturale delle cose e alle naturali certezze, oltre a suo figlio nulla poteva risultare più incomprensibile e insensato di quell’8 settembre del 1943. Da adulto ho chiesto a mio padre. Mio padre quel giorno era un caporale dell’esercito acquartierato a Roma, di ritorno dalla guerra d’Africa malato di malaria. Anche per lui è stata una catastrofe, ma i suoi aggettivi sono stati molto diversi da quelli di mia madre e, posso dirlo, con tutta la facoltà di autoanalisi di cui dispongo, non saprei proprio riconoscermi nel su 8 settembre.
Quale è stata la sua catastrofe? Ancora oggi mio padre ricorda in ordine le seguenti cose: un’ora dopo il comunicato radio di Badoglio, non più un ufficiale a cui chiedere e da cui ricevere ordini, introvabili le munizioni dei moschetti, nessuna notizia di alcun genere, lui radiotelegrafista, dalle frequenze militari. E niente da mangiare in magazzino. Mio padre non si è tolto la divisa; con il suo moschetto scarico a tracolla se ne è andato alla stazione a cercarsi un treno buono per tornare a casa. I suoi aggettivi per quel giorno sono tutti assai diretti: pusillanimi, bugiardi, infingardi, voltagabbana, avidi. Non "stramandà". Per lui l’8 settembre non è stata una catastrofe scaturita dal fato, ma la tragedia generata da una classe dirigente qualificata come sopra scritto. Una classe politica, militare, dinastica, che si è dissolta, fuggita a cavallo delle onde medie di un comunicato radio vergognoso, letto senza vergogna da un ineffabile "professionista a contratto" disponibile per tutte le committenze. Se generose.
Oggi come oggi io penso che l’8 settembre sia tutte e due le cose, quello di mio padre e quello di mia madre. Penso che anch’io, come dice mia madre, assomiglio all’8 settembre, e come traluce da ciò che io sono, questa somiglianza la si possa vedere in molti altri "poveri gnò", brava disgraziata gente di questo Paese. Ma penso anche, come sospetta, da vecchio un po’ paranoide, mio padre, che Badoglio, i suoi padroni, i suoi sodali e sottoposti, non siano mai morti. Altri completi, altre divise, altre facce, ma ancora ben disposti a sovrintendere a tutte le guerre e a tutte le paci; pronti, quando il danno è irreparabile, a tagliare la corda con il loro bottino, senza aver tralasciato di consegnare al paese che hanno appena tradito un ignobile viatico via radio. Che io sappia, non è successo in nessun altro Paese un 8 settembre. Questa specialità nostrana, con magnanima clemenza non adeguatamente purgata dai vincitori della guerra, dovrebbe farci riflettere in eterno .E se non in eterno, almeno per un altro po’.
Mio padre è riuscito poi a tornare a casa. Ce l’ha fatta mettendo insieme molti piccoli eroismi e grazie a molti piccoli eroismi di un sacco di persone in marcia assieme a lui nei lunghi anni dal ’43 al ’45. Anche l’eroismo, il piccolo eroismo in special modo, è una specialità nostrana. Peccato trovarsi a doverlo usare contro ciò che noi stessi abbiamo creato.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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