Uno dei tanti dispiaceri che continuo a dare alla mia povera vecchia madre, è che non mi vede più da tempo al collo la catenina che mi ha regalato per a prima comunione. Non è molto appariscente, a dire il vero: è solo un sottile filo d’oro con appeso un piccolo crocefisso. Non è che l’ho persa, o venduta, o che; semplicemente non la metto più, e, son andato a controllare anche adesso, è sempre lì, in una scatolina nel primo cassetto del comò. La catenina e l’orologio, guasto da sempre, che mi è stato regalato per aver superato l’esame di quinta elementare. I miei gioielli di famiglia. Mia madre non riesce a capacitarsi che proprio adesso, "vedi te cosa succede tutti i giorni ", bisognoso più che mai di alte protezioni, abbia rinunciato al suo dono votivo. Io non me la sento proprio di provarmi a spiegarle le mie ragioni e, da bravo figlio, continuo a prometterle che un giorno di questi tornerò a portarla. Mi dispiace per lei, ma non succederà. È una decisione che ho preso da uomo adulto e mi sembra tuttora una decisione ben presa. La cosa che a me risulta curiosa è, semmai, che ho continuato a portarla per tutta a mia giovinezza in un tempo in cui mi vantavo di essere un ateo di prim’ordine, convinto che e religioni fossero la droga dei popoli e i loro simboli stolidi feticci. Evidentemente la portavo come un’appendice tanto ovvia quanto insignificante.
L’ho tolta, la catenina, quando ho conquistato abbastanza libertà di spirito per considerare la fede e la religione cristiana con animo assai meno truculento, sguardo più ampio, pensiero più aperto. Ho tolto la catenina quando la croce ha assunto per me un significato vero; quando, in un modo tutto mio, mi sono convertito alla sua verità, e alla sua follia. E nella quasi totale assenza di certezze, una l’ho conquistata ed è ben chiara: la croce non ha niente a che spartire con l’oro, ne con quello che l’oro significa; non con il potere, la ricchezza, la fortuna. La croce è martirio di legno duro e chiodi puntuti, la croce testimonia di un Dio fatto uomo per essere avvilito, vilipeso, sbeffeggiato e scannato. Niente di più blasfemo che trasformarla in un amuleto.
Così ho pensato e ho riposto il crocifisso nella scatolina dei ricordi d’infanzia. E ora che non è più al mio collo, il crocefisso tornerà a essere posto sulla testa dei cittadini che vorranno usufruire dei pubblici uffici. Non voglio nemmeno discutere del fatto puro e semplice che vivo in una democrazia e non in una democrazia cristiana, che la Costituzione di questo paese non è stata scritta "nel nome del Pio altissimo e misericordioso" ma "nel nome del popolo italiano", che uno studente ebreo ha tutti i diritti civili e spirituali di attendere ancora il Messia, come un contribuente islamico di trovare offensivo quello che la sua fede ritiene un blasfemo oltraggio verso il più grande profeta che ha preceduto Maometto. Tutto questo è semplicemente indiscutibile se, come afferma il presidente Ciampi, la Costituzione è ancora in vigore. Voglio solo dire qualcosa con parole da cristiano ai cristiani, se posso permettermi questa libertà. Quanto c’è del Cristo nelle parole, e negli atti, di chi vi dice che siete l’orgoglio del mondo, l’unità posto sulla testa dei cittadini che vorranno usufruire dei pubblici della nazione, il sale della democrazia? Io non ho mai sentito bestemmiare qualsivoglia valore cristiano, e virtù e fede, con la stessa selvaggia energia del ministro Bossi, ad esempio. Ne tanta ipocrisia quanto in quelle del ministro Moratti. In verità ciò che si vuole fare della Croce è un gigantesco amuleto. Un riparo, una barriera, un’arma. Un baluardo a difesa di un’idea del mondo e degli uomini contro cui il Cristo ha predicato fino al martirio. E’ come se volessero rubare la Croce dal calvario per brandirla in un esorcismo di massa, planetario. Non credo che esista una civiltà cristiana; il cristianesimo è semmai qualcosa di meglio e più duraturo. In ogni caso vi chiedo come si possa definirla la civiltà cristiana, quali sono i suoi confini e i suoi metri. C’è più vicinanza spirituale io credo e di civiltà tra un parsi afgano e un buddista indiano, di quanta ce ne possa essere tra un calvinista svedese e un battista della Louisiana, tra un valdese del Piemonte e un mormone dell’Oregon, tra un cattolicissimo campesiño guatemalteco senza terra e l’altrettanto cattolicissimo capomafia di Palermo. E la Croce severamente misericordiosa del calvinista non è, permettetelo, la stessa Croce infuocata posta dal pio battista sopra un negro bastonato a morte. Né la Croce i legno pietrificato nel dolore di Santa Maria di Castello è la stessa che porta ancora al petto il generale Pinochet. Né quella del cappellano militare delle SS era la stessa su cui pregavano i cristiani del campo di Matthausen.
Chiedetevi per favore, lettori i fede cristiana, se la misericordia del vostro cuore che potrà salvare il mondo o il prossimo esercito di cristiani, la croce appesa sulla testa dei cittadini o la loro intelligenza.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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