Sono passato da Spalato ancora una volta.
Ci passavo per andare a fare i bagni tanti anni fa, ai tempi di Tito per intenderci. Poi, in questi ultimi anni, ci sono passato per andare dove c’era -o c’era appena stata- la guerra. Non l’ultima, la penultima, quella di Bosnia. Già, c’è stata una guerra qui, in questo paese. Ma non in questa città: da Spalato non c’è mai passata. Spalato è un vecchio porto di mare. Spalato è aperta.
Cionondimeno che ci sia stata, e che cosa più o meno è stata, lo capisco lo stesso. Dalle messe celebrate nelle piazze, ad esempio, sotto i vessilli della patria croata. Per via di quelle bandiere che sventolano dappertutto, inevitabilmente assai spesso a sproposito, come se ci fosse premura di ricordare a quest’antica città qualcosa di troppo nuovo per il suo carattere. Una città popolata di meticci ungo turco slavo veneziani non impara alla svelta la bontà del patriottismo. E poi Split è per l’appunto un porto, un buon porto, e un porto vive per millenni, attraversa ogni possibile epoca e sopravvive a tutte le patrie.
E, infatti, a parte le bandiere e i preti in divisa, vedo che non ci sono novità. Sulla passeggiata a mare i gelati sono sempre buoni allo stesso casereccio modo, né più né meno che ai tempi di Tito, e come a quei tempi ai camerieri la moneta statale fa abbastanza schifo.
Hanno cambiato il nome a qualche strada e all’albergo più antico e nobile, che adesso naturalmente si chiama Croazia. Hanno cambiato il nome ma non le lenzuola, né le posate e i piatti; che sono tutte antiche dotazioni dell’austro-ungheria. Le lavano ogni tanto, ma non troppo spesso da rovinarle.
Mi piace Spalato –e so che si dovebbe dire Split, e mi vergogno perché non mi viene subito da dirlo- e ci sto come in una vecchia casa dove è nato qualcuno dei miei. Non ho amici lì, ma se guardo negli occhi chi cammina per strada, prima o poi so che incontro qualcuno che mi potrebbe essere parente. Forse è proprio per via che è gente di porto, tutta gente che da del tu al mondo e dal mondo si è fatta colmare di cose e pensieri, di modi di essere e dire. A Spalato, a Split, non ho problema di farmi capire. Credo che nessuno ne possa avere se è un umano abbastanza aperto e curioso da guardare in faccia questa città.
Ecco, c’è dolcezza a Spalato, c’è dolcezza nelle cose. E nella luce sopra le cose, che è tutta infarinata del languore del ponente. E nell’anima delle cose; dolce, friabile anima di Bisanzio latina.
Il mare lillà, il timo nei giardini sopra il mare tra i fiori delle agavi morenti, i vecchi commercianti veneziani, e il palazzo di Adriano. Non credo che ci sia monumento al mondo più amichevole di lui con chi ancora oggi lo abita come la sua casa.
E pensare che c’è stata da queste parti una guerra.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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