LA DINASTIA. Prima di perdersi nel labirinto di generazioni bruciate, promesse non mantenute, codici di comportamento obbligati, il patriarca Gianni Agnelli ha provato a dare alla propria saga familiare una via d´uscita che assomigliasse a un lieto fine. Di tutte le battaglie che ha combattuto questa è stata la più difficile e sfortunata: il senso del dovere, il rispetto della forma e l´invocazione della forza non sono bastati per superare l´intrico dei sentimenti e la potenza del destino. Archivi redazionali e testimonianze personali permettono di ricostruire una vicenda, divisa in tre capitoli, che attraversa un secolo, inizia forgiandosi nell´acciaio e, proprio come questo nostro tempo, si consuma nel segno dell´incertezza e della volatilità di ogni valore e rapporto.
LA CHIAMATA. In principio era il nonno. E´ lui la figura di riferimento, il modello di formazione al quale Gianni Agnelli guarderà quando gli toccherà la successione. Si inscriverà nel cerchio della sua figura, ammettendo di non poterla interamente ricoprire: "Lui era più potente di me", dirà, senza rammarico. Questione di tempi e di temperamenti. Il nonno Giovanni apparteneva a un´epoca in cui le forme e le manifestazioni del potere ammettevano minime frammentazioni. E ancor più limitate distrazioni: i potenti comandavano, i fatui danzavano. L´immagine contava poco, perché poco si diffondeva: l´informazione viaggiava lenta e il pettegolezzo usciva raramente di casa. E così, quando il nipote ricordava che: "Mio nonno diede un sola intervista in tutta la sua vita, nel 1935, al primo numero di Fortune", segnava un confine netto tra quel personaggio così avaro di sé (il cui vero erede fu, in quel senso, Enrico Cuccia) e la sua generosità nell´apparire, con estrema attenzione al come, con quella naturalezza figlia di una precisa valutazione, quelle battute studiate in anticipo. Gianni Agnelli aveva ammirato il nonno, probabilmente più ancora di quanto l´avesse amato. Era, per istinto, diverso da lui. Cercò, per dovere, di avvicinarsi, perché quello lo chiamò.
Non era, la chiamata, un atto previsto. Nella linea del potere avrebbe dovuto toccare al padre Edoardo, ma il sortilegio di famiglia che innalza i Giovanni e stronca gli Edoardo, si manifestò quando Gianni Agnelli aveva solo 14 anni, lasciandolo orfano. Raccontano che il nonno Giovanni guardò in silenzio per minuti dieci il cadavere di suo figlio nella camera mortuaria, in silenzio seguì i funerali ("Il ricordo più netto che ne ho furono i giocatori della Juventus che si strinsero intorno alla bara", rievocherà Gianni) e soltanto a Villar Perosa, in famiglia, si concesse le lacrime. Anche quello fu un insegnamento per il nipote. Come per i seguaci di discipline orientali le emozioni sono peccati, così per gli Agnelli. La rabbia e la sofferenza vanno custodite nella cassaforte del proprio animo, chi non ne è capace non è all´altezza del nome che porta. Gianni Agnelli sarà chiamato a dimostrare di aver imparato la lezione del nonno al funerale di chi più di ogni altro l´aveva trasgredita: suo figlio Edoardo.
La morte dell´altro Edoardo, 65 anni prima, aveva mutato i destini di famiglia. Al nonno toccava scegliere, dopo l´ineluttabile interludio Valletta, un successore tra i nipoti. Li guardò e i suoi occhi si fermarono su Gianni. A lui cominciò a schiudere le porte che conducevano alle stanze del potere. Con lui si fece improvvisamente severo, mutandosi da nonno a vicario del padre scomparso. "Era autorevole di natura – ricorderà Gianni Agnelli – non aveva bisogno di forzare. Era un uomo semplice e sereno, ma capace di incarnare l´autorità, il potere assoluto". Il giovane nipote, ammesso nel santuario del Lingotto, imparò a riconoscere e rispettare due modi di essere, due abiti: lo stile (suo nonno) e la forza (Valletta). Indosserà il primo, ma sempre ammirerà il secondo, anche negli avversari, eleggendolo a pregio anche di chi, almeno inizialmente, non stimò, come Berlusconi.
Lo stile del nonno era soprattutto forma. Era quella pipa spenta battendola sui gradini prima di entrare nel luogo dove si lavorava e riaccesa solo all´uscita. Era metodo negli orari sempre uguali, senza concessioni alle emergenze. Era rispetto delle controparti, consapevolezza di sé, delle proprie radici (Torino, l´Italia). Era il principio ispiratore per cui l´estetica prevale sempre sull´etica. "Isolato e misterioso", così lo vedeva il nipote, come un essere remoto e superiore. Che un giorno lo chiamò. La chiamata fu il punto di svolta della vita di Gianni Agnelli. Tre gli effetti principali.
Il primo: lo trasformò, investendolo di una responsabilità, che accettò per senso del dovere, qualità che riteneva fondamentale.
Il secondo: gli insinuò la convinzione che la chiamata fosse il modo in cui l´investitura avveniva, almeno per lui; che il suo destino potesse essere frutto di elezioni nel senso di scelte dall´alto in nome della necessità; suo nonno fu senatore (come suo fratello), lui senatore a vita per nomina presidenziale e se mai pensò alla carriera politica, la immaginò come esito di un´invocazione del Paese e non della costruzione di un partito.
Il terzo effetto fu la frattura rispetto all´escluso dalla chiamata, il fratello Umberto e l´inizio di una lunga, impossibile e, alla fine vana, promessa di risarcimento.
LA PROMESSA. Gianni Agnelli non percepì mai la scelta del nonno come illegittima. Andava a scapito del fratello, tuttavia e, per quanto si sentisse più vocato di lui per l´incarico, gli sembrò necessario non farne per l´altro una sconfitta. Non un´esclusione perenne, quanto meno. Di Umberto non parlava quasi mai ("I miei fratelli? La mia vera amica è Suni"). Se lo faceva, era sempre in termini positivi. Diceva: "Umberto avrebbe potuto essere un ottimo presidente". Ma non lo fu. Scelto al suo posto, Gianni pensò di dovergli (il senso del dovere) un risarcimento nelle parole (lo stile, la forma) e nei fatti. Quest´ultimo mancò, impedito prima da circostanze che una giustificazione a posteriori (oggetto nella cui fabbricazione eccelleva) gli fece ritenere decisive e poi dall´invalicabile ostacolo del destino.
Gianni andò al volante, Umberto alla ruota di scorta. Il rapporto tra i due vedeva il secondo in soggezione: si alzava in piedi quando nella stanza entrava quello che lui pure chiamava l´Avvocato. Umberto fu senatore elettivo, come il nonno, ma mai "il Senatore". Umberto attese, perché la consegna del testimone era annunciata, fin troppo, tanto in anticipo da consentire a chi aveva altri piani di ordirli e portarli a compimento. E non avvenne mai. Cuccia e Romiti la impedirono. Misero Gianni Agnelli di fronte alla necessità di restare per il bene dell´azienda e della famiglia, una sirena al cui canto erano sicuri non sarebbe sfuggito. Agitarono la volontà delle banche, degli investitori internazionali, i rischi connessi a una scelta diversa e, per senso del dovere, Gianni restò, uccidendo nel fratello la cosa che tiene in vita un uomo: le aspettative.
Come sempre si affannò a cercare un rimborso. Anzi due: uno a breve e un altro a lunga scadenza. Il primo fu affidargli l´Ifil. Voleva essere un atto di pace, aprì la guerra. Una credibile leggenda vuole che, al primo giorno davanti alla nuova scrivania, Umberto abbia cercato nella cassaforte il gioiello da sfregiare per colpire il fratello e l´abbia trovato: la Juventus. Fece piazza pulita, dal presidente all´allenatore, dal magazziniere alla vecchia bandiera Francesco Morini. Assunse l´uomo più odiato da Romiti, nuovo alleato per forza dell´Avvocato: Giraudo. Vinse, pure, sebbene sprofondando in una classifica che a lui non interessava e al fratello sì: quella dello stile. Cominciò una serie di scaramucce per interposta persona, che, prima dell´ultimo, imprevisto atto, ebbe tregua alla fine degli Anni 90, quando Gianni riuscì a mettere intorno a Umberto un cordone di uomini di fiducia, accettati perché l´Avvocato aveva frattanto messo in pratica il gesto risarcitorio di lungo periodo, portato a scadenza la cambiale estrema: annunciato il passaggio del testimone a Giovannino, figlio di Umberto. Non lui, ma sangue del suo sangue avrebbe comunque guidato la Fiat.
La scelta era in realtà facilitata dall´impossibilità di affidarsi al proprio figlio Edoardo. La vicenda era complicata da una rete di rapporti in cui Giovanni stava a Giovannino come il nonno era stato a lui e Romiti provava, spesso con successo, ad attirare l´erede designato nella sua orbita. Ma poi, lui avrebbe guidato e questo per Umberto sarebbe stato il momento in cui essere ripagato di tutto. Non giunse mai. Giovannino morì a 33 anni di un cancro rarissimo. Lasciava incompiuto un percorso di esistenza e irrisolto un nodo di famiglia, ormai impossibile da districare.
L´EREDITA´. Insieme, Gianni e Umberto avevano annunciato la designazione di Giovannino. Da solo, Umberto lo seppellì. L´Avvocato era lontano, trattenuto da un malanno fisico. A farne le veci: l´erede negato, suo figlio Edoardo. Di tutti i rapporti familiari questo è il più doloroso, sfociato nella tragedia. Con la coda di un senso di colpa, tanto più forte quanto non esibito (guai!) e, infine, letale. Edoardo era il rampollo segnato dal nome e da un Dna incompatibile. Se la regola imposta alla casata era: "Il momento della forza prevalga su quelli del privilegio e della vanità", Edoardo nella sua congenita debolezza era la trasgressione. Questo il padre colse fin dall´inizio e a questo cercò di porre rimedio tentando invano di provocare nel ragazzo una reazione. L´aneddotica di partite a cui non veniva portato (lasciato in attesa per sempre, come lo zio), di elicotteri che si alzano in volo senza che il saluto venga ricambiato, sono diventate leggende, ma rivelano forse, più che il disinteresse, una strategia, che mai funzionò, di ottenere, almeno per ripicca, una risposta forte. Edoardo non ne aveva. Amava il padre al punto di farsene il doppio. Ma nello scegliere gli strumenti di questa imitazione (il modo di parlare, le telefonate mattutine, la camminata con il bastone) rivelava di conoscere di lui solo gli aspetti esteriori, noti a qualunque lettore di giornali. Non meno fallimentare il tentativo di contrapporsi a lui per scelte di pensiero e modelli di comportamento. Nell´ortodossia degli Agnelli finì per essere "il talebano Eddy", uno di famiglia che rinnegava i pènati: il capitalismo e il materialismo americani ("non saranno eterni", profetizzò), la fabbrica ("Non basta più produrre bene automobili"), il denaro ("Un mito pericoloso"), perfino, da ultimo, le scelte del padre ("Con la nomina di mio cugino ventiduenne in consiglio d´amministrazione siamo vicini al gesto di Caligola che nomina senatore un suo cavallo"). Perduto tra padri nobili (San Francesco, Gandhi e Martin Luther King) e patrigni ignobili a cui si avvicinava senza difese (da Khomeini a un disturbatore di assemblee Fiat), Edoardo divenne per il padre poco più di un problema. La linea di condotta verso di lui fu sintetizzata in una frase più onesta che cinica: "Non sono un pedagogo, lascio fare alle persone ciò che vogliono; per Edoardo si tratta di costruire una vita dove non sia in pericolo". Gli creò intorno una rete di discreti controllori, ma il talebano Eddy aveva intelligenza sufficiente per bucarla spesso, con invii di missive che erano in qualche caso saggi di filosofia e politica non privi di acume, in altri autentici messaggi in bottiglia di un naufrago abbacinato. Poi ci fu l´incidente di Malindi e il labirinto non ebbe più uscite se non quelle, incontrollabili, consentite da Internet e quella finale, giù da un viadotto.
Quando, anni prima, la figlia Margherita rischiò di morire nell´incendio della sua dacia, risvegliandosi in un letto d´ospedale a Parigi si stupì nel vederlo: "Anche lui, sempre così impenetrabile, aveva il viso stravolto d´angoscia come un padre qualunque". Nel dare l´addio al proprio figlio, Gianni Agnelli non aveva l´espressione di un padre qualunque, ma quella di un uomo da cui aveva preso il nome, lo stile e le consegne: suo nonno. Era suo nonno che accompagnava suo padre, ma, a differenza di lui, aveva già sepolto l´avvenire. Se n´era andato con Giovannino, il nipote.
Per quel futuro l´Avvocato aveva combattuto la sua ultima e più temeraria battaglia: quella per riconquistare la Fiat alla famiglia. Pochi, alla fine degli Anni 90, credevano avrebbe potuto battere Romiti e riportare il tesoro nella cassaforte di casa. Lo fece, per lasciarlo come intatta eredità. Per darlo al figlio di Umberto e chiudere finalmente una partita con troppi sconfitti. Quando sollevò il trofeo, ritenendo alfine compiuta la propria missione, non c´erano più successori. Il destino aveva operato l´amputazione dinastica. Fu quasi uno scherno che il "Sunday Times" scrivesse di Umberto come erede vicario del proprio figlio. Non c´era più nessuno. Cooptarono John Elkann, un Giovanni almeno, ma se non era "un gesto da Caligola" era comunque una porta che si apriva sulla soglia di un impero al tramonto.
Nell´89 Gianni Agnelli giudicò giunto "il momento dell´addottrinamento", riassunto nella formula "più Juventus, meno nipoti". Un decennio più tardi si trovava davanti a una squadra che bramava traguardi altri rispetto a quelli da lui indicati, famelica e priva di leader, pronta a staccarsi da Torino e dalla fabbrica, pur di staccare la cedola dei dividendi. Ancora una volta giudicò che il meglio da fare fosse costruire loro una vita dove non fossero in pericolo e li mise la riparo di un ombrello finanziario attraverso un accordo con GM che li garantiva per generazioni.
Non bastò. La sorte non gli ha risparmiato, nell´ultimo atto, a cui assisteva distaccato e stanco nel suo autunno da patriarca, l´inverno dello scontento. In una significativa simbiosi il suo declino ha coinciso con quello della Fiat. Ha visto il fratello Umberto ondivagare in alleanze e strategie in contrasto tra loro, con la storia dell´azienda e con la sua personale. Ha verificato, lui che celebrava la forza, la debolezza, anche d´animo, di tutti quelli che si lasciava alle spalle. Ha cercato estremi rimedi che difficilmente gli sopravviveranno.
Restò con la moglie, che considerava "un pezzo di sé" e forse per questo amava ("innamorarsi è da camerieri" resta una delle sue peggiori battute), a combattere l´ultima battaglia. "La mia vita è stata una scommessa sul futuro", disse. Lascia un´eredità che nessuno, né in famiglia né fuori, è in grado di raccogliere. Difficile immaginare se l´abbia considerata una sconfitta o una vittoria.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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