Per capire il mondo arabo, chi lo popola e chi lo governa, è utile procurarsi la discografia recente (disponibile prevalentemente su nastro) di un cantante chiamato Shabaan Abdel-Rehim. Non bisogna lasciarsi spaventare né dalle copertine, dove appare il faccione di un cinquantenne simile a Leone di Lernia senza occhiali, né dai suoni radical-kitsch. Occorre ascoltare, farsi tradurre i testi e porsi due domande. Uno: perché è così popolare? Due: perché può cantare quello che altri sono finiti in cella per aver detto o scritto?
Le risposte vanno cercate in un qualunque chiosco di musicassette del Cairo.
"Mi dai l´ultima cassetta di Shabi?". Il ragazzino già canticchia mentre la prende dal mucchio: "Gamil!", "forte!", dice. S´intitola "Colpendo l´Iraq": è una compilation di vecchi successi, con l´aggiunta della canzone che dà il titolo all´album. La musica è assolutamente trascurabile. Una volta hanno chiesto a Shaaban se facesse rap e lui ha risposto: "Che cos´è?". Mette sotto una base qualsiasi e ci canta i testi del suo paroliere, Islam Khalil. Trascrivo: "Distruggerete le armi, questo va bene. Fate ispezioni in Iraq, fatele anche in Israele. Smettetela con i giochetti, non se ne può più. Occupatevi di Israele e lasciate perdere l´Iraq. Loro sì che hanno armi di distruzione di massa e le usano alla luce del sole. Sharon fa piovere sangue. Vengono a dirci che l´Iraq è il pericolo maggiore, mi fanno pena. Siete qui per realizzare il sogno di Israele? Loro vogliono controllare il mondo, opprimere, corrompere. Ho pietà del popolo dell´Iraq, loro sono le vere vittime, da sempre".
"Occupatevi di Israele e lasciate perdere l´Iraq", è il ritornello diventato immediatamente popolare, al Cairo, in Giordania, da vendite record in Palestina, dove Shaaban è un idolo. Chi è Shaaban? Uno che canta dal 1980, ma fino a due anni fa, per sopravvivere, stirava con i piedi. Lavorava in una specie di garage pieno di fumo e applicava la vecchia tradizione del ferro da stiro egiziano. L´arnese è una specie di vanga con una piastra arroventata che si guida con i piedi. Lo stiratore appretta bevendo da una tazza e sputando sui vestiti prima di pressarli spingendo la "vanga" con la pianta del piede. Adesso, nelle sue estremità, Shaaban calza scarpe fatte a mano, ornate da brillantini, e i gargarismi li fa prima di cantare in club dove, fino a due anni fa, venivano ad ascoltarlo in tre, una era la mamma, che lo chiama "baraka" (benedetto). La svolta è avvenuta nel 2001 quando, in piena Intifada, incise la canzone "Odio Israele" ("e amo Amr Moussa", il segretario della Lega Araba). Da allora, Shaaban ha scoperto un genere: "l´instant song". Appena succede un evento importante, tempo 10 giorni e nei negozi c´è una sua canzone che ne parla, si tratti di cronaca nera o crisi internazionale. Ha cantato la donna che uccise e fece a pezzi il marito e le bombe in Afghanistan che dilaniarono gli invitati a un banchetto di nozze.
Quando il fatto non è ancora accaduto, lo prevede. Il suo recente successo, uscito da una settimana, contiene la strofa: "Vorrei che almeno un summit arabo servisse a qualcosa" e l´ultimo, inutile, vertice è stato il 10 marzo.
E´ un fenomeno, già celebrato in una biografia dal titolo, appunto "Un fenomeno del terzo millennio" (ordinabile a domicilio per due euro). Lo è diventato perché usa il linguaggio della strada, esprime il pensiero della strada. Per settimane un teatro del Cairo ha fatto il tutto esaurito con il suo show. Ovazioni e cori quando si agitava urlando: "Odio l´America".
Shaaban odia l´America, ma ha accettato la proposta di Mc Donald per fare pubblicità al Mc Falafel, la risposta araba all´hamburger. Shaaban canta contro il fumo (e pare molti abbiano smesso grazie a lui), ma confessa: "Anch´io ho smesso, con la marca di prima". Incarna tutte le contraddizioni del mondo a cui dà voce, diviso tra la propria tradizione e la seduzione dei valori e dello stile di vita occidentale. Se Shaaban si radicalizza è perché la "strada" si sta radicalizzando e lui lo sente. Ha fiutato lo sdegno crescente nel 2001 e fiuta quello attuale, cavalca entrambi e punta allo stesso bersaglio, quello che ha in mente il suo pubblico: Sharon, percepito come il puparo dell´America.
Resta la seconda domanda: sono stati arrestati manifestanti contro la guerra, anche un giornalista autore di un libro in cui affermava che la guerra all´Iraq è motivata dal petrolio, perché Shaaban può cantare quello che gli altri non possono dire? C´è un episodio curioso, nella sua carriera.
Lui racconta che la canzone che gli ha dato il successo doveva intitolarsi "I don´t like Israel" ("Non mi piace Israele"). La sottopose, come di rito, al vaglio della censura e se la trovò trasformata in "I hate Israel" ("Odio Israele"). Oggi, dopo aver a lungo osteggiato e recintato di poliziotti le manifestazioni, i governi arabi hanno capito che il popolo ha bisogno di valvole di sfogo, perché, altrimenti, la rabbia che covano verrà diretta contro di loro. Di qui gli stadi concessi ai Fratelli Musulmani e i raduni convocati dai partiti al potere. Ma, anche lì, nessuno sale sul palco a dire quel che la gente davvero pensa. Solo a un "cavallo pazzo" può essere concesso farlo liberamente. Tutti i governi ne hanno o ne inventano uno: a volte è un ministro, a volte un cantante. Dice quello che anche loro pensano, ma non possono dire perché non sarebbe diplomatico e dispiacerebbe a qualche amico importante. Ieri, nel palazzo presidenziale, il presidente egiziano Mubarak riceveva il generale americano Tommy Franks, designato conquistatore di Bagdad e nelle strade Shaaban cantava: "Afghanistan, Iraq, dove vuoi andare, dopo?".
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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