Non ho battuto nessun record, non ho aperto nessuna nuova via, mi sono semplicemente messo per strada zigzagando per crose e mulattiere di mezza costa, partendo la mattina appena fatto giorno, fermandomi in tempo per trovare un posto da dormire.
Non ho sempre fatto bene i miei conti, e mi sono dovuto arrangiare più di una volta a trovare al buio la mia strada; mi sono perso, mi sono affamato, mi sono fatto male a un ginocchio, ma alla fine, un po’ zoppicante, sono arrivato dove volevo.
E sono fiero di questo, e mi sento bene all’idea di esserci riuscito, appagato della mia piccola avventura dentro il mio piccolo viaggio. Mi piace camminare, mi fa bene al corpo, sì, ma mi fa bene soprattutto all’anima. Camminando vedo un sacco di cose, e di ogni cosa posso cogliere la sostanza; la lentezza è un lusso e un privilegio, ma è anche un ottimo veicolo della conoscenza. Conosco molte cose in più del mondo che mi circonda da quando vado a piedi, una conoscenza non superficiale, ma quasi tattile. Camminando ci si può fermare in qualunque momento senza mettere la freccia, liberi di variare l’itinerario e i suoi tempi per accettare l’incontro imprevisto con una persona, un paesaggio, o anche solo uno splendido ciliegio fiorito. Andando a piedi i pensieri hanno la possibilità di dispiegarsi con calma in una chiarezza inaspettata, e non di rado si sciolgono con grande naturalezza nodi che ci parevano irriducibili. E si fanno più leggeri i pensieri, sempre: c’è già lo zaino che ci pesa sul groppone senza dover aggiungere peso superfluo. Andando a piedi si riacquistano qualità perdute: il senso delle distanze, la percezione del tempo, il senso delle proporzioni.
Ho imparato tardi ad andare a piedi, a farlo davvero. Per molto tempo sono andato pazzo per le motociclette. Poi, proprio a causa della mia ultima, potente motocicletta, ho passato due anni della mia vita avendo come massima ambizione e traguardo riuscire ad andare in bagno con le mie gambe. Ci sono riuscito alla fine, e ancora oggi, quello, è il viaggio più lungo e avventuroso che ricordi. È stato in quel periodo che ho acquisito, e spero di non perdere mai più, il senso delle proporzioni, conquistando settimana dopo settimana, metro dopo metro, l’infinita distanza tra il mio letto e il bagno in fondo al corridoio.
Da quei primi passi non mi sono più fermato, e ho imparato a considerare l’uso delle gambe un dono prezioso, una grande chance nella vita. Questa mattina ho fatto la mia colazione arrembato a un vecchio muro coperto di grappoli di glicine, davanti a me il fiordo sinuoso del Golfo, intorno una miriade di coccinelle appena dischiuse intente nel loro primo, buffo volo. Dò sempre uno scopo ai miei viaggi pedestri, ci sono sempre ottimi motivi per mettersi in viaggio. Parto per incontrare un amico, per visitare un paese. La prima volta che sono andato alla casa della mia ragazza l’ho fatto a piedi, ed erano 15 chilometri, perché mi è sembrato opportuno che la mia visita acquistasse qualcosa di sacro, un senso e un valore un po’ più alti e vasti di un viaggio in taxi. Anche questa volta sono partito con uno scopo preciso: sono venuto nella città dove ancora conservo la residenza per votare. M i sembra in questo modo di dare il giusto peso ad un gesto trattato con grande sufficienza, addirittura con disprezzo. Ci tengo a votare, mi pare che sia una delle rare occasioni di responsabilità in un’epoca così povera di democrazia. In questi quattro giorni di cammino mi sono persino levato il lusso di pensare ogni tanto a cosa avrei votato e perché; se c’è una cosa che è vista di malocchio in un sistema che ritiene di potersi legittimare con i sondaggi telefonici, credo che sia proprio la possibilità di pensare e di farlo con calma. Dicono che saremo quattro gatti a ficcare la nostra scheda nell’urna. Pazienza. Diciamo allora che a quest’urna io ci sono venuto a piedi, come una volta si andava in pellegrinaggio al santuario, con l’intenzione di chiedere una grazia: che il mio Paese guarisca. Tutto questo può sembrare sproporzionato, ridicolo? Forse, a chi non sa andare a piedi; a me sembra di non aver perso in questo viaggio, ma affinato, il senso delle proporzioni.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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