Con una decisione inedita, un tribunale amministrativo ha contraddetto il verdetto della massima autorità religiosa, il Centro per gli studi islamici di Al Azhar e cancellato la censura imposta sulla Visione del pensiero musulmano di Said Mohamed Hassan. La motivazione, come ogni assunto davvero rivoluzionario, è semplice: "l´Islam incoraggia la libertà di apprendimento e pensiero".
Oltre, si giunge ad affermare che l´intervento censorio di Al Azhar contrasta con la libertà di opinione garantita dalla Costituzione, poiché il testo non tocca i principii fondamentali della religione.
È ancor presto per dire che si è voltata pagina, ma il fruscio che anticipa il movimento è udibile. Un intervento del genere apre un nuovo capitolo nella storia tragica e a volte comica della censura religiosa in Medio Oriente e rivela l´esistenza di un conflitto, non solo di competenze, tra autorità civili e religiose. La storia, anzitutto, per capire la rilevanza della svolta. Al Azhar fu investita del potere di vagliare il contenuto delle pubblicazioni riguardanti il Corano e i capisaldi della religione islamica da una legge del 1985. Di fatto, la censura verso questo tipo di testi esisteva da molto tempo. Nel 1925 fu riaccesa la fiamma del rogo per "Islam e principii di governo" di Abdel Rosiq. L´anno successivo toccò a un libro sulla poesia pre-islamica di Taha Hussein, che pubblicamente se ne pentì, lo riscrisse, ma non salvò per questo la sua cattedra universitaria.
Il punto più alto dell´ondata censoria si ebbe negli Anni Novanta. L´esempio Rushdie dilagò in tutta la regione. È qui che lo zelo degli inquisitori degenerò in commedia. Nel 1996 alcuni imam di Beirut pretesero di esaminare i testi in uso all´università americana e incapparono nell´affermazione di tale Tommaso d´Aquino secondo cui la rapida espansione del credo islamico non bastava a dimostrare che fosse verità rivelata. Immediatamente si rivolsero alla polizia, che fece irruzione nel campus con un mandato d´arresto per l´eretico autore: "Spiacente, il signor d´Aquino non è al momento reperibile", rispose impassibile il titolare della cattedra, prelevato invece del medievale pensatore.
L´aspetto comico si ferma però qui, al cospetto del tragico. La lista nera degli autori si è spesso trasformata in necrologio, o quasi. I custodi dell´Islam ad Al Azhar hanno giustificato il proprio intervento dicendo che mira a stroncare interpretazioni radicali, base del fondamentalismo. È vero che è stato bandito "Pietre miliari", di Sayyid Qutb, ispiratore riconosciuto del dottor Zawahiri, l´uomo che siede alla destra di Osama.
Ma è altrettanto vero che sono stati messi all´indice autori chiamati Nagib Mahfuz e Farad Foga e, in seguito, il primo è sopravvissuto all´assalto di un estremista religioso, il secondo no. E negli anni successivi, mentre Al Azhar, legittimata dal governo, estendeva il proprio controllo a testi di ogni natura e agli audiovisivi, numerosi autori arrivavano al bivio: l´esilio o il silenzio. Adel Hamouda, direttore del controverso settimanale Ros al Youssef sintetizzava così la censura religiosa: "Se scrivi, sei un criminale. Se pensi, sei un ateo". Si arrese, dopo ventitrè anni di battaglie, dal 1970 in cui pubblicò "Le donne e il sesso", nel 1993 in cui le diedero una scorta che le faceva più paura dei possibili attentatori, la scrittrice Nawal Saadawi, emigrando negli Usa. Lo seguì, dopo essere stato dichiarato "apostata" in tribunale, Nasser Hamed, riformista della tradizione islamica. Altri rimasero, ma spedirono i loro testi all´estero, perché fossero pubblicati in lingue poco conosciute agli ulema e mai tradotti in arabo. Al bando vengono messi ogni anno centinaia di titoli e migliaia di cassette. Alla legge che attribuiva il controllo sui testi coranici è stata data un´interpretazione estensiva.
Ora arriva la sorprendente decisione di un tribunale amministrativo che, dando ragione, dopo anni, all´autore di "Visione del pensiero musulmano", definisce "impropria" la censura di Al Azhar. Ora si tratta di stabilire a chi tocchi l´ultima parola e, se fosse attribuita a una corte che crede nell´Islam come nella libertà di opinione, decine di autori emarginati che scrivono negli scantinati e sono letti a Parigi, ma non al Cairo, potrebbero far ricorso per riavere la luce del sole e spegnere quella dei roghi.
Si apre una decisiva battaglia per il controllo della cultura e dell´educazione. Tra voci e smentite circola un progetto per la riforma dei corsi di studio in tutte le istituzioni scolastiche, compresa Al Azhar. A chiederlo sarebbero gli Stati Uniti, forti della loro presenza nell´area e dei due miliardi di dollari e rotti con cui finanziano un Paese in difficoltà economica. È vero che la fine, o comunque la riduzione, della censura religiosa sarebbe vento di primavera. È altrettanto vero che l´ambasciatore statunitense al Cairo si è fatto mostrare una copia del film comico "Voglio i miei diritti" e ha protestato, chiedendone il ritiro, perché mostrava scene di manifestazioni anti-americane, che ebbero luogo esercitando la libertà di opinione.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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