Pisa conta per me come un destino impossibile; è il luogo che ha raccolto in sé tutto ciò che la mia giovinezza non ha potuto essere e non ha potuto avere.
Pisa è la città dell’università che non ho potuto fare, della rivoluzione che non ho saputo vincere, dell’amore che non ho voluto avvincere. Ognuna di queste passioni avrebbe potuto, da sola, colmarmi un destino. Così non è stato e ho cercato altrove altre cose; lasciando in questa città qualcosa di più di una nostalgia, qualcosa che ha a che fare con l’irrimediabile disfatta dei sogni troppo veri: la Scuola Normale è stata troppo normale, la sede di Potere Operaio troppo operosa, la Rita –davvero- troppo bella.
Questa città, che ha una misura perfetta per viverla con il numero giusto di passi, io l’ho abitata illudendomi disperatamente di poterci vivere anch’io come la crema della mia generazione, ma me ne sono venuto via senza potermi ricordare il nome di tre strade e dentro queste un percorso qualsiasi che non mi portasse alla delusione.
E la cosa che ricordo meglio sono le botte. Su questo Lungarno placido e silente, stagione a stagione, ho preso botte dai carabinieri del battaglione Padova, dai paracadutisti della Folgore, dai tifosi della squadra di calcio avversaria, da un tale che voleva indietro la sua ragazza. Ragazza che non ho mai preso.
Così, oggi che sono abbastanza libero per poterci tornare senza rancore, sento ancora cicatrici qua e là per il mio corpo, e sottili, artrosici dolori. Allora non mi fermo mai abbastanza perché Pisa mi possa fare ancora male. Allungo il passo sulle spallette del fiume oltre la città, sugli argini verso il mare. Volto la testa per lasciar dileguarsi i pinnacoli della piazza dei miracoli che nessuno mi ha mai fatto, e mi conforto con quest’acqua lenta e dolce, sporca di Toscana, con le ombre smeraldine degli alberi sopra l’acqua, con il volo azzurro delle folaghe superstiti. Tutto quanto al riparo di un imperituro quadro macchiaiolo. L’altra sera mi è passato tra i piedi un tasso, mi ha grugnito qualcosa e se n’è andato.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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