Hanno ucciso due uomini morti. Davanti al chiosco dei giornali nella piazza Ummayyad di Damasco la gente sosta, guarda il nuovo rullino di fotografie dei fantasmi Uday e Qusay Hussein, ma non si emoziona: né pietà né ribrezzo. Legge le prime righe degli editoriali dei quotidiani arabi e annuisce, trovando conferma al proprio pensiero, che la televisione aveva già indirizzato: "Il regime è (da tempo) morto, chi se ne importa del regime. La resistenza è viva, viva la resistenza!".
La valutazione dei media come della gente comune parte da considerazioni che sembrano pragmatiche, si biforca nel giudizio e in qualche caso procede verso l´al sahafismo, corrente di pensiero araba che prende il nome dal non rimpianto ministro dell´informazione iracheno e confonde il probabile con l´illusorio. Il pragmatismo sta nel non tormentarsi più di tanto sulla pubblicazione delle fotografie dei fantasmi. I regimi vengono e vanno. I loro raìs gozzovigliano davanti al popolo per anni e davanti al popolo sono fatti a pezzi quando cadono. Letteralmente, qualunque pietà invochi l´Islam per i cadaveri.
Ci sono le televisioni a Bagdad davanti alle maschere dei figli di Saddam e c´era la televisione di Stato irachena nel '63 a riprendere, notte dopo notte, il cadavere del deposto tiranno Kassem (quello a cui Saddam aveva sparato senza colpirlo). Lo avevano messo su una sedia, la telecamera zoomava sui fori d´entrata e uscita delle pallottole, poi indugiava su tutto il corpo finché un soldato si avvicinava, sollevava la testa dondolante, sputava sul volto devastato. Fine delle trasmissioni e fine del regime. Avanti il prossimo.
Nessuno si adira per l´esposizione al pubblico degli spettri, tutt´al più, come la televisione degli Emirati Al Arabiya fa notare "l´ipocrisia di chi protestava per aver mostrato i prigionieri americani e ora organizza questa sfilata" o, come il giornale saudita Al Watan afferma che "il Nuovo Ordine Mondiale si basa sulla confisca dei diritti umani".
Quello delle fotografie è comunque un trascurabile meta-argomento. L´argomento vero è l´uccisione dei due figli di Saddam, la sua legittimità e le sue possibili conseguenze. E qui le opinioni divergono. L´entusiasmo è minoritario. Lo dimostra, ad esempio, il quotidiano saudita Al Ryhad, plaudendo a "una vittoria militare e, anche morale" e traendo la conseguenza che ora "Saddam sarà spinto a una tattica suicida". L´atteggiamento maggioritario è l´indifferenza per la fine di due che erano già morti prima di morire. Salvo poche prezzolate "vedove Saddam", che circolavano da anni in Mercedes e ora lo fanno in gramaglie, intellettuali, giornalisti e politici arabi disprezzavano il clan Hussein. Con l´eccezione di una dozzina di accecati dall´odio per l´America che, soprattutto in Palestina, hanno battezzato i figli Saddam, nessuno tra la gente ha mai avuto simpatia per un regime sotto il quale mai avrebbe voluto vivere. La caduta della statua il 9 aprile sarebbe stata salutata da applausi dal Cairo fino al Barhain se ad abbatterla fossero stati soltanto iracheni invece di americani. Lo stesso per la fine dei rampolli Hussein. La maniera in cui è avvenuta suscita critiche.
Il giornale palestinese Al Ayyam domanda: "Non potevano catturarli, umiliando il partito Bath e la sua ideologia, invece di congedarli con l´etichetta di uomini che muoiono solo combattendo?". Più duro il Jordan Times: "Le esecuzioni sommarie e gli assassini politici erano nello stile del vecchio regime, non dovrebbero essere riproposti in questa nuova era".
Ma quale sarà l´effetto dell´accaduto? "Ora si volta pagina", come annuncia festoso Al Watan dall´Arabia Saudita? Oppure l´amministrazione americana e i suoi sostenitori stanno consultando l´agenda sbagliata, dando la priorità alla cancellazione fisica di un regime che è già al capitolo di storia precedente e non vedendo quello che hanno sotto gli occhi? Da Londra il quotidiano di proprietà saudita Al Hayat ammonisce: "Non perché odiavano gli Hussein gli iracheni dovrebbero amare chi li ha fatti fuori. Per essere accettati, agli americani non bastano le immagini dei cadaveri di Uday e Qusay. Non basterebbe Saddam stesso". Perché no? Non è lui "il fantasma risorto che gli iracheni attendono per liberarsi" come invoca sul settimanale egiziano Al Osboa la "vedova" Mustafa Bakri? Gli risponde un coro di no. Gli risponde il mantra che da giorni diffonde Al Jazeera in tutte le case e i caffè arabi: "Il regime è già storia. La resistenza non è collegata al passato. Non ci sono e non ci saranno svolte. Se continua l´occupazione, continuerà la resistenza". E´ questo il nuovo mito: la gloriosa resistenza irachena. Quella che manda le body bags alle famiglie che hanno votato Bush. Quella che, nella sua rubrica settimanale, perfino il premio Nobel Naguib Mahfouz apprezza "perché si dimostra più organizzata e rivela lo scontento popolare". Sorpassando tutti, in uno scatto di al sahfismo purissimo, il quotidiano egiziano Al Ahram annuncia che "la resistenza circonderà gli invasori in un buco nero da cui non potranno fuggire". Dal suo rifugio dorato Al Sahaf medesimo non conferma e non smentisce, si limita a dire che i figli di Saddam non contavano più niente.
Fantasmi, appunto, capace di spaventare solo gli ingenui. La gente ascolta e non crede più. Troppe menzogne ha sentito prima, durante e dopo la guerra, se mai c´è stato un dopo. Guarda, con la stessa indifferenza, le uniche certezze lasciate sul terreno: i cadaveri messi in mostra o chiusi nelle sacche.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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