Di una cosa (a parte le riforme politiche ed economiche, la scarcerazione dei prigionieri detenuti per reati d´opinione, la chiarezza nell´opporsi al terrorismo) la Siria avrebbe un disperato bisogno: una efficiente agenzia di pubbliche relazioni che ne rilanciasse l´immagine (e pare che il presidente Bashar la stia davvero cercando, negli Stati Uniti).
Dimentichiamo per un attimo le accuse della propaganda americana che la raccontano come uno Stato canaglia, zia - ora che la madre ha cambiato volto - di tutti i terrorismi. Io vivo in Egitto, un tempo paese fratello e, quando ho annunciato l´intenzione di andare in Siria, ho avuto le seguenti reazioni. Il mio maestro di arabo, un illuminato che sogna di trasferirsi a Parigi, ha detto: "Vai in un posto stupendo, probabilmente la più bella prigione del pianeta". Un amico che lavora alla Croce Rossa al Cairo mi ha raccontato una barzelletta in cui Allah rinvia ogni decisione sul destino di Damasco nel timore di essere scoperto e fatto fuori dalla polizia segreta del regime. Un giovane dentista ha consigliato: "Ti do la mia tessera professionale e gli strumenti del mestiere: è l´unico modo per fare aprire la bocca a qualcuno, da quelle parti".
Aggiungiamo che ottenere un visto d´ingresso non è né semplice né rapido e quando lo si riceve, spergiurando motivazioni turistiche, ci si sente davvero sulla sigla del programma televisivo migliore dell´estate (trasmesso dalla Bbc): "In vacanza nell´Asse del Male". Se hanno una simile reputazione e alzano tutte queste barriere, molto avranno da nascondere, viene da pensare.
Poi si varca la frontiera, rispondendo con pazienza più volte alle stesse domande, ma rivolte da funzionari diversi, si circola (spiati sempre da un angelo custode, assicurano, ma se c´era era davvero invisibile) per qualche giorno e si arriva alla prima impressione: quella per cui "P.R. cercasi". Una seconda seguirà, alla fine. Ma è dalla prima che occorre muovere.
Il suo presupposto, ma anche la sua ragione, nascono dal punto di partenza.
Ho preso l´aereo in Egitto e, dopo il nome di questo paese, si sente spesso, un inciso: "Il più moderato tra i regimi arabi". In Egitto c´è una legge d´emergenza che dura, di proroga in proroga, da decine di anni. Ci sono tribunali e carceri speciali. Egiziani sono alcuni degli uomini guida del terrorismo islamico. Ma c´è, a parte un trattato di pace con Israele e un solido rapporto con gli Stati Uniti, un bravo P.R. che ha fabbricato quell´inciso.
Lo assumesse Bashar, potrebbe far diventare la Siria, "il paese arabo in movimento". Il giovane presidente ha superato la soglia dei tre anni al potere e qualcosa ha cambiato. C´è una persona che può dire esattamente quanto. Vive nel quartiere ebraico, dove, assicura, coabita in pace con "ben dodici ebrei, di cui quattro però sono matti". Lavora nel suk, ha un negozio di orologi.
La sua faccia è apparsa in tutti i servizi da Damasco delle tv inglesi e americane. Nel retrobottega ha un contenitore con i biglietti da visita di dozzine di reporter occidentali. Si sente ormai un termometro della situazione e, forse, lo è perfino diventato. Misura il cambiamento con meccanica precisione: "Le cose sono migliorate del 20 per cento".
Questa percentuale deriva da alcune decisioni dell´ex oftalmologo che ha ereditato la presidenza: i bambini non vanno più a scuola con l´uniforme militare, ma in divisa blu; possedere valuta straniera non è più reato; si possono fondare liberamente nuovi giornali e televisioni; il numero di posti chiave assegnati ai membri del partito Baath è stato ridotto; lo storico oppositore Riyadh al Turk ha riavuto non soltanto la libertà, ma anche il passaporto. Le strade sono spesso nuove; le città, quasi ovunque, sono pulite e seicentomila persone navigano su Internet (una passione del presidente) dove possono anche leggere le barzellette su Allah che ha paura della polizia segreta. Altre due cose le puoi vedere con i tuoi occhi: benché il paese sia musulmano al 90 per cento la percentuale di donne velate, uomini barbuti e integralismo esibito è, con l´eccezione della roccaforte di Hama, minore che altrove (a parità di repressione della Fratellanza musulmana). E, da ultimo ma non per ultimo, gli uffici di Hamas e della Jahad islamica alla periferia di Damasco sono chiusi e nessun cartello annuncia che stiano per tornare, né subito né mai.
Fin qui arriviamo a quel miglioramento del 20 per cento. Ma da qui, da questi uffici chiusi, occorre ripartire, riarrotolando il nastro per arrivare alla seconda impressione. La porta della sede di Hamas è sbarrata, è vero, ma questo non significa che non esistano, altrove, finestre aperte e non è esattamente di una sede che i terroristi hanno bisogno per organizzarsi.
Riyadh al Turk ha riavuto, è vero, la possibilità di viaggiare, ora che ha superato i 70 anni, ma ha passato gli ultimi venti in carcere, da oppositore comunista a un regime appoggiato dall´Unione Sovietica e ha risposto: "Grazie, resto qui", dove ancora centinaia sono detenuti per motivi politici, tra cui quello di aver fondato un libero giornale anti-governativo.
Nel suo libro "Dreaming of Damascus", Stephen Glain ricorda che, alla morte di Assad, gli osservatori preannunciarono terremoti. Ma, osserva con cinico realismo, fanno sempre queste previsioni per farsi ascoltare, e sempre le sbagliano. "Il figlio - dice lo scrittore siriano Sobhi Hadidi, dal suo esilio parigino - esordisce annunciando un cambiamento nella continuità, poi quel che fa è continuare nella continuità". In un suo articolo su Al Quds Al Arabi ha scritto di un paese governato da dieci famiglie "mafiose", che razziano ogni ricchezza ("dopo l´Iraq hanno capito che solo dio ha l´eternità per fare quel che vuole") e di un presidente ostaggio della lealtà alla vecchia guardia paterna.
Questo della "vecchia guardia" è un altro dei miti propagati dai fantomatici "osservatori": c´è sempre una vecchia guardia, alla frontiera del nuovo, alibi per non varcarla. "In realtà - dice Laura Mirachian, da tre anni combattiva ambasciatrice italiana a Damasco - Bashar fa quello che ogni presidente fa: mette la barra al centro tra le varie tendenze, media e cerca di portare la nave in salvo".
Può bastare? C´è chi dice no. Uno di questi è un bel personaggio di nome Ammar Abduhamid, che faceva l´imam a Los Angeles, poi ha cambiato strada, è tornato a casa e ha scritto un libro dal titolo "Mestruazioni" (in Italia lo pubblicherà Il Saggiatore) in cui teorizza la liberazione sessuale come passaggio indispensabile per la modernizzazione della società. Secondo lui, per cambiare davvero, Bashar dovrebbe convocare una conferenza nazionale di riconciliazione e richiamare in patria tutti i dissidenti esuli. Possibilità che accada? "Nessuna", risponde. Chi si illudeva sull´effetto domino provocato dall´Iraq ha riposto le speranze. Ogni agguato ai marines rende Damasco più sicura. Il rapporto Bolton sulle armi di distruzione di massa in Siria è stato pudicamente rinviato. I toni delle accuse e delle minacce si fanno più smorzati. L´ultima di Powell: "Non miglioreremo le nostre relazioni" non incuteva esattamente il terrore dei tempi di "Syria nest", ora tocca alla Siria. L´America concederà tempo a Bashar. Sta a lui decidere che cosa farne, ora che non può più contare sui fondi sovietici né sul petrolio iracheno contrabbandato per aggirare l´embargo: può tenere la barra al centro e assumere un P.R. capace di convincere che la cosmesi è perestrojka oppure avventurarsi in mare aperto.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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