Un´attrice bellissima, famosa e malinconica viene ammazzata di botte nella stanza di un albergo lituano da un cantante adorato, ribelle e idealista. Non è cronaca nera. Non è, neppure, materiale da giornale scandalistico. Benché riempia la cronaca nera e i giornali scandalistici, il caso Trintignant-Cantat è una questione morale che da una settimana turba metà della Francia e diventa il tormentone di ogni conversazione in cui cade chi passa di qui, ma non possiede un solo cd dei Noir Desir e non ha mai visto un film con Marie Trintignant. Una storia che sconcerta, perché dimostra che, talora, non solo il re, ma anche Robin Hood è nudo e brutto a vedersi.
Una storia che pone una serie di domande, di quelle che migliaia di fans, navigatori di Internet, lettori di Liberation, ragazzi new global (o come si chiamano adesso), tolleranti, antirazzisti, non violenti, non si erano mai posti: fin dove possiamo spingere la nostra compassione? Possiamo amare anche il mostro che è in noi e riconoscere che, come cantavano i Noir Desir, "abbiamo l´arte dell´abisso"? O dobbiamo fermarci sulla riva di questa tentazione per non affogare in quel mare sporco in cui abbiamo sempre rifiutato di immergerci? C´è, in quel che è accaduto in Lituania, molto di incomprensibile, ingenuamente incomprensibile, per chi oggi resta sgomento.
I fatti, allora. In una suite dell´albergo domina l´afa di Vilnius si trovano due persone, un uomo e una donna. Lei, Marie Trintignant, ha 41 anni e il peso di una vita schiacciata sotto quel nome. Padre attore, madre regista.
Avrebbe voluto fare la veterinaria, sta sul set da quando aveva quattro anni, con la madre a dirigerla. Dice che recitare l´ha guarita dal mutismo per timidezza. Gli occhi verdi e remoti istigano a crederle. Ha combattuto tutte le cause femministe e di sinistra. Ha avuto tre mariti e quattro figli.
Conosce solo amori tumultuosi, ne accende le micce. Il suo film preferito è "La donna della porta accanto" di Truffaut, quello in cui Fanny Ardant dice a Gerard Depardieu la luttuosa frase: "Né con te né senza di te". Da sei mesi ha una nuova passione.
Lui, Bertrand Cantat, è il cantante e leader di quello che, in Francia, è il complesso musicale. Da vent´anni fa rock impegnato. Considerato da una generazione un fratello e dall´altra un fratello maggiore. I testi che canta diventano linee guida. Le sue scelte, i suoi comportamenti fanno scuola.
Questo è quel che conta: è un modello etico.
I due sono lì perché lei sta girando, con l´immancabile madre alla macchina da presa, un film sulla vita di Colette. Sabato sera, hanno festeggiato l´ultimo ciak, salgono in camera. Lei riceve un sms dall´ex marito, padre di due figli. Le annuncia che un loro progetto lavorativo sta andando bene.
Termina con una frase affettuosa. Non solo molte relazioni, perfino qualche vita, sarebbe stata risparmiata senza l´invenzione degli sms (ma anche viceversa: il conto è probabilmente in pari).
Qui accadono le prime due cose che i "fratelli dei Noir Desir" non si aspettano. La prima: Bertrand strappa dalle mani di Marie il telefono e legge il messaggio. La seconda: fa una scenata di gelosia. Bertrand è Robin Hood, il ribelle che sputa sui soldi e sul manifesto di Le Pen, come riconoscerlo in questa scena borghese e ridicola? Una domanda ingenua, come lo sono quelli che se la pongono. Certo, la scena è patetica. Ma ogni uomo, lontano dal palco, dalla cattedra, dalla rappresentazione di se stesso è, spesso, quasi sempre patetico. Il privato è la soglia della credibilità umana. Oltre, se non l´abisso, qualche pozzanghera. Nel privato, fieri anticapitalisti non parlano che di soldi e scrittori macisti si infilano i collant. Ridicolo, non stupefacente. Ed è, ancora, qualcosa che possiamo comprendere e compatire.
Poi accade qualcosa d´altro. Bertrand chiede spiegazioni. Marie rifiuta o dice quel che le viene di dire. Non importa. Litigano, urlano. Va bene. E´ un diritto, per loro, un dovere. Hanno l´aria di due persone che debbono litigare con gli altri per non farlo con se stessi. Lei urla per fuggire dal proprio silenzio. Lui, sul palco, urla così tanto che ha dovuto, più volte, operarsi le corde vocali. Non hanno "l´arte del silenzio". Sono inquieti, intelligenti. Insoddisfatti, va da sé. Niente li appagherà perché non sono abbastanza autodistruttivi, perché, a differenza di Kurt Cobain la sera in cui se ne andò a dormire con i suoi angeli, si stanno ancora divertendo.
Ma Bertrand è geloso. Come può esserlo? La gelosia è quel concetto borghese e destrorso che tutte le generazioni dei suoi fratelli hanno coperto con la sovrastruttura dalle incerte fondamenta. Crolla, infatti. E Bertrand perde il controllo. Colpisce Marie. Attenzione: non una volta sola. Lo dice l´autopsia dei medici lituani: la colpisce più volte, ha il viso coperto di ecchimosi.
Una volta è impeto, istinto, poco più di una parola, un vento che abbatte la sovrastruttura e lascia nuda l´anima. E´ una follia, una di quelle che, a essere uomini, capiamo. Più volte è un deliberato intento di violenza, una tempesta di cattivi sentimenti che smaschera Robin Hood e ci mostra un altro principe viziato. Non è "una follia" come Bertrand ora dice. E´ un crimine, che solo la legge penale degli uomini comprende e classifica.
Ancora due cose. La prima: tutto questo avviene durante la notte. Bertrand avverte al telefono il fratello di Marie, ma i soccorsi vengono chiamati soltanto alle 7.30.
L´ultima: all´udienza di Vilnius Bertrand Cantat ha chiesto perdono, ma ha sostenuto la tesi dell´incidente involontario, che l´autopsia smentisce. Ha, come molti che gli assomigliano, rivelato una forma di allergia per la piena responsabilità.
E qui siamo. I siti francesi sono sovraffollati di forum in cui i naviganti si dividono, come la massa dei fans, in due parti: c´è chi annuncia di avere rispedito alla casa discografica tutti i cd dei Noir Desir e chi confessa di non poter smettere di amare Bertrand.
"Un amico non può cessare di esserlo di colpo - ha scritto Liberation - anche se ha tradito. Dobbiamo avere compassione per lui". Un lettore ha risposto di averne soltanto per Marie Trintignant e suggerito al giornale di pubblicare un dossier sulle donne picchiate (un milione e mezzo in Francia).
Negli altri messaggi emergono preoccupazioni di varia natura, tra cui: "Chissà come se la sta ridendo Le Pen". Emerge il volto sconcertato di un movimento che non sa come reagire, diviso tra solidarietà e rigore, afflitto dal sospetto che la prima non rispetti la vittima e il secondo non rispetti la propria storia. Non hanno un metro di valutazione per giudicare Bertrand Cantat e non si fidano dell´istinto. Temono di usare quelle stesse categorie di giudizio che, con Bertrand, combattevano. Confondono l´ipocrisia con la debolezza, avvertono l´ombra del moralismo. Ma la battaglia di Bertrand Cantat, di cui, come di tutti, vanno pietosamente separate la vita e le opere, era proprio una battaglia per spostare la linea morale della società: un confine più lontano che lasciasse entrare visioni diverse, pratiche di vita, di morte e di amore più libere. Quella battaglia sopravvive e quel confine va ancora spostato, ma si ferma, senza se e senza ma, davanti al volto tumefatto e agli occhi chiusi di Marie Trintignant.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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