Simonetta Agnello Hornby è una signora a dir poco sorprendente. Dopo un’onesta esistenza dedicata al lavoro impegnativo di tutelare i diritti dei minori e dei loro genitori come avvocato con studio nel quartiere di Brixton a Londra, un ghetto dell’immigrazione dove ha esercitato per trent’anni, crescendo contemporaneamente un paio di figli e relativi nipotini, si è trovata proiettata nell’infido mondo dell’editoria con sua grandissima sorpresa. Il suo romanzo d’esordio La Mennulara è stato pubblicato da Feltrinelli e ha riscosso un successo notevole.

La signora Hornby, che ha presentato il libro a Alassio martedì 5 agosto, è finalista del premio Centolibri un autore per l’Europa. E con il suo candore di solida professionista che deve tenersi a galla in un mare di effimero, con qualche isoletta e pochi porti sicuri, ha raccontato a un pubblico numerosissimo, la sua storia intrecciata a quella della Mennulara. Cominciando dall’inizio, dal lavoro nobile e impegnativo di avvocato dei minori: "Nella mia vita molte cose sono dovute al caso –ha raccontato- non ho scelto questo settore della mia professione. Anzi, avevo cominciato nella city, in uno studio che faceva diritto commerciale. Ma mi ero sposata giovane e quel lavoro era incompatibile con la famiglia: per una madre siciliana è impossibile mandare i figli in collegio come fanno gli inglesi, da noi ci mandavano i bambini cattivi… così ho visto un annuncio per un avvocato dei minori –l’ufficio era anche vicino a casa- e mi hanno presa subito, probabilmente non c’erano altri candidati. I colleghi di studio scommettevano sulla data del mio ritorno all’ovile… invece non sono tornata, ma il lavoro era terribile: insieme alle assistenti sociali toglievo i bambini a genitori forse indegni, per metterli in istituto. Non faceva per me e alla fine ho aperto uno studio in cui venivano tutelati anche i genitori. Da noi non si sceglievano i clienti, accettavamo tutti".

E a quel lavoro –probabilmente parco di soddisfazioni, ma sicuramente assai nobile- Agnello Hornby confessa di dovere parte del suo talento di scrittrice. Un po’ perché di mennulare ne ha incontrate tante, di tutte le nazionalità e le etnie, un po’ perché ha imparato a scrivere: "Scrivevo le deposizioni cercando di creare un sorta di suspence, per incuriosire il giudice. Perché di solito i giudici si annoiano a leggere quaranta cartelle di testo e, secondo me, saltano le pagine. Allora scrivevo le storie delle esistenze dei miei clienti inserendo colpi di scena –autentici naturalmente- verso la metà. Per me è stato facile costruire la storia, difficile scriverla, in italiano poi, dopo trent’anni di anglofonia. Anche i titoli dei capitoli, che hanno incuriosito parecchi lettori perché è sempre più raro trovarli nei libri, vengono dal mio lavoro. Sono semplicemente note che scrivevo per me, per ricordarmi quello che doveva succedere, dei piccoli promemoria come facevo quando scrivevo deposizioni lunghe. In questo caso servivano perché non ho scritto il romanzo cronologicamente, ma secondo il tempo che avevo. Se c’era una scena difficile, la riservavo al week end, quelle più semplici le scrivevo la sera".

La mennulara è stata concepita –come narra la leggenda, che tuttavia Hornby conferma- durante una sosta forzata di due ore all’aeroporto di Fiumicino, in attesa di un aereo che non voleva partire. Per la prima volta nella sua vita da adulta, ha raccontato la scrittrice, si è trovata sola con se stessa e con il tempo per pensare. Esauriti i pensieri su casa, progetti, famiglia, le sono comparse davanti agli occhi –come il titolo di un film- le parole "La mennulara", seguite dal film, appunto. Quando ha iniziato a scrivere, Hornby aveva già tutto il romanzo in testa.

"Non è un libro storico –ha aggiunto l’autrice- e neppure un libro di ricordi in senso stretto, anche se l’ho scritto sulla Sicilia. Infatti nulla di ciò che scritto mi appartiene, né fa parte del mio mondo, nemmeno il paesaggio. I personaggi sono tutti inventati, quindi probabilmente sono tutti un po’ di me".

Ora sta scrivendo un altro romanzo siciliano, che –dice- sarà l’ultimo con quella ambientazione. D’altra parte la stessa mennulara –sottolinea Hornby- è come una sintesi delle moltissime donne che incontrato in Inghilterra per lavoro.
Simonetta Agnello Hornby

Simonetta Agnello Hornby

Simonetta Agnello Hornby è nata a Palermo nel 1945.
Vive dal 1972 a Londra ed è cittadina italiana e britannica.
Laureata in giurisprudenza all’Università di Palermo, ha esercitato la professione di avvocato aprendo a Brixton lo studio legale “Hornby&Levy” specializzato in diritto di famiglia e minori. Ha insegnato diritto dei minori nella facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Leicester ed è stata per otto anni part-time Presidente dello Special Educational Needs and Disability Tribunal.
La Mennulara, il suo primo romanzo, pubblicato da Feltrinelli nel 2002 è stato tradotto in tutto il mondo. Da allora ha pubblicato diversi libri tra cui La zia Marchesa (Feltrinelli, 2004), Boccamurata (Feltrinelli, 2007), Vento scomposto (Feltrinelli, 2009), La monaca (Feltrinelli, 2010), Camera oscura (Skira, 2010), Il veleno dell’oleandro (Feltrinelli, 2013), Il male che si deve raccontare (con Marina Calloni; Feltrinelli, 2013), Via XX Settembre (Feltrinelli, 2013), Caffè amaro (Feltrinelli, 2016) e, con Massimo Fenati, la graphic novel de La Mennulara (Feltrinelli, 2018).
Ha inoltre pubblicato libri di grande successo legati alla cucina con una fortissima componente narrativa: Un filo d’olio (Sellerio, 2011), La cucina del buon gusto (con Maria Rosario Lazzati; Feltrinelli, 2012), La pecora di Pasqua (con Chiara Agnello; Slow Food, 2012) e Il pranzo di Mosè (Giunti, 2014).
Ha anche pubblicato La mia Londra (Giunti, 2014), una guida/memoir personalizzata di Londra e il racconto per ragazzi Rosie e gli scoiattoli di St. James (con George Hornby; Giunti, 2018).
Tutti i suoi libri sono stati best seller e hanno venduto in Italia più di un milione di copie.
È frequente ospite alla radio, alla televisione e sulle maggiori testate giornalistiche italiane.
Simonetta Agnello Hornby ha sempre cercato di legare la professione di avvocato e la sua scrittura all’impegno per sostenere le cause dei minori, delle vittime di violenza domestica e degli emarginati.
Il 2 giugno 2016 Il Presidente della Repubblica le ha conferito l’onorificenza dell’Ordine della Stella d’Italia nel grado di Grande Ufficiale.
Nel 2014 è stata protagonista, con sua sorella Chiara Agnello, della trasmissione “Il pranzo di Mosé”, su Real Time. Nel 2015 è apparsa con il figlio George Hornby, su Raitre, nel documentario reality show Io & George, un viaggio da Londra alla Sicilia per aumentare la consapevolezza dei problemi affrontati dai disabili.
Ha girato un docu-film per laeffe, Nessuno può volare, titolo anche del nuovo libro uscito per Feltrinelli nel 2017.
Nel 2017 ha contribuito con un racconto alla raccolta Un anno in giallo, Sellerio, insieme a Andrea Camilleri, Esmahan Aykol, Gian Mauro Costa, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Santo Piazzese, Francesco Recami, Alessandro Robecchi, Gaetano Savatteri, Fabio Stassi.
Il 17 luglio del 2018 ha ricevuto dal Centro Regionale di Sant’Alessio, istituzione che fin dall’ottocento realizza attività volte all’inclusione sociale dei ciechi e degli ipovedenti, la Stella di Sant’Alessio “per aver saputo valorizzare, con il suo documentario Nessuno può volare, il mondo della disabilità e della disabilità sensoriale, attraverso l’incontro con le persone e le testimonianze storiche conservate negli archivi del Centro Regionale Sant’Alessio di Roma”.
Simonetta, figlia di un disabile e madre di George affetto da Sclerosi Multipla Primaria Progressiva, lo considera il premio più importante e significativo che le sia stato conferito.

 

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