Sono arrivato a Caracas per sbaglio, perché al cancello dei transiti del suo aeroporto avevo scioccamente rifiutato una miserabile mancia di dieci dollari a un impiegato con facoltà di timbro. Così, invece di proseguire per la mia destinazione avendo pocamente contribuito all'incerta economia familiare di un bravuomo con uno stipendio inadeguato, ho sborsato un’iperbolica tangente a un tassista perché mi portasse ad un albergo invece che in un casino, risparmiandomi il giro turistico di tutto l'alto Guaire. Sono rimasto quattro giorni nella capitale dell'ex paese più ricco dell'America Latina in attesa di altro timbro di altro ufficio di altro paese, ottenuto celermente grazie ad altra e ancor più onerosa tangente. Ma non è stato tempo buttato. Caracas ha una sua tragica bellezza. Non dico dei ranchos, detti dagli sbrigativi: bidonvilles. I ranchos manco li ho visti con il binocolo, tanto per cominciare: perché non c’è mezzo pubblico o tassista tangentaro che osi portarci chichessia. Ho solo intravisto di giorno i fumi delle cucine all’aperto e delle baracche incendiate e di notte i lumi –milioni di lumini a petrolio e di candele- che si spandono dalle basse cordilleras tutt’intorno come un ipocrita presepe. Dico del Centro, della città del Liberardor madida di petrodollari, della piazza Bolivar e del paseo esemplarmente progettati dalla creme dell’architettura moderna e indossati con intraprendente familiarità dai benestanti della capitale.
È stato bello starsene ad ammirare l’immensa e commovente iscrizione murale che ricorderà fino al prossimo terremoto Bolivar; bello vedere fermarcisi sotto due ragazzine con le gonne di tulle a leccarsi un gelato come se fossero lì venute a trovare il loro papà un po’ impedito. Tragico, se posso dirlo, vederci poco dopo un tale in divisa da poliziotto puntare la pistola alla testa di un passante, ritirare il portafoglio prontamente consegnato, per filarsela tranquillo verso casa sua e i suoi figli in cronica indigenza. Bella e tragica l’abbondanza di ogni cosa purché di vivo colore nelle vetrine dei negozi; belli e tragici -per il mio debole stomaco- gli iperbolici panini chiamati regine ripiene. Belli e tragici i Gesù e le Madonne che tutti vendono e comprano dappertutto, come fossero l’Aspirina autarchica. Che dà una mano al mendicante e al petroliere ad arrivare sani e salvi alla sera. Nel paese che doveva essere il più ricco d’America e che quando ci sono passato io aveva appena chiesto un po’ di elemosina all’ONU per curarsi il colera.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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