Amr si laureò in ingegneria elettronica al Cairo. Poi ottenne una borsa di studio e andò per qualche mese a New York. Affittò un appartamento nel Queens e salì, ogni mattina, su un mezzo diretto a Manhattan. Alto, con gli occhiali, la carnagione chiara, gli abiti occidentali e in grado di parlare un decente inglese, ebbe sempre, con tutti quelli che incontrò, ottimi rapporti.
Pensò, a un certo punto, di trasferirsi, perché le possibilità di carriera erano migliori, le libertà incomparabili. E poi gli si offriva, uscendo dal suo palazzo, lo spettacolo delle Torri Gemelle. Fino a una mattina di settembre in cui, incredulo, le vide cadere e, con loro, i suoi progetti. Tutto cambiò, per Amr: prima l´America nei suoi confronti, poi lui nei riguardi di ogni cosa, il suo Paese, la sua gente, la sua religione, l´America, stessa, infine.
Il giovane ingegnere egiziano che voleva fermarsi a New York chiamò la compagnia aerea e pagò una penale di cento dollari per rientrare in anticipo perché lì si sentiva un sospettato, possibile terrorista solo perché veniva dalla stessa città di Mohammed Atta. Lì tornò e quel che trovò lo sorprese.
C´era gente contenta dell´accaduto. Circolava, fondata sull´ignoranza, la solita teoria del "complotto sionista" . Amr cercò far cambiare idea alle persone che conosceva, di raccontare il buono dell´America, che aveva assaggiato. Non lo ascoltarono. Era cominciata un´oscura epoca in cui si sentiva solo quel che si voleva sentire e se non c´era, lo si inventava. Da una parte e dall´altra. C´è stata, dopo l´11 settembre, una reazione sensata e compassionevole da parte araba. Non veniva dalle élite di potere: a quelle interessava e interessa soltanto la propria conservazione e hanno immediatamente intuito che era in pericolo. Non veniva, neppure, dalle masse, che hanno dato rancorose risposte di pancia. La risposta equilibrata giungeva da settori e persone che cercano (per quanto concesso) di fare opinione e che avrebbero la capacità, in situazioni democratiche, di essere ascoltati portavoce dei propri Paesi. Scrittori, artisti, professionisti, imam moderati espressero solidarietà non ipocrita all´America. Perfino il predicatore Al Qaradawi, che oggi invita al jihad, emise una fatwa per condannare l´atto terroristico. E´ a questa fascia di persone che fa riferimento Marc Lynch, professore di scienze politiche americano, quando sull´ultimo numero di Foreign Affairs, in un articolo dal titolo "Prendere gli arabi sul serio" , rimprovera al suo Paese di non averlo fatto, di averli trattati come esseri inferiori, tutti, anche quelli che avevano il curriculum per proporsi come attendibili interlocutori.
Quello che gli arabi hanno visto è stato un generale etichettamento della loro natura, regole inasprite all´eccesso per il loro ingresso negli Usa ( "Non tornerò mai più - dice oggi Amr - Perché dovrei farmi prendere le impronte come un criminale?" ), la concessione del titolo "uomo di pace" a Sharon, che per loro è sinonimo del contrario, una guerra all´Iraq che i più acuti hanno percepito come "ideologica" .
Il risultato di tutto questo, a due anni dall´11 settembre, è che nel sondaggio svolto dal Pew Global Attitudes Project l´opinione degli Stati Uniti dei cittadini arabi ha subito un tracollo. Resta alta la stima dei valori di quella cultura, ma si ritiene che non le appartengano più. Mentre Bush gira sul carriolo da golf con raìs non democraticamente eletti, mentre le masse affogano tra ignoranza e propaganda, questo è quello che accade: Said El Nagar, che lavorò a Washington e in Egitto fondò un´associazione filo-americana proclama la sua delusione; Yussef Chaine, 76enne regista che imparò il mestiere in California, porta in sala di montaggio il suo film (titolo provvisorio "La rabbia" ) che è un personale atto d´accusa verso l´America; Sonallah Ibrahim, il più fantasioso scrittore egiziano, che fu visiting professor a Berkeley, pubblica "Americanamente", diario del disinganno di un intellettuale arabo invitato a San Francisco. Washington pensa di replicare con riviste per teen-ager e televisioni dai programmi allegri, affida ai raìs il compito di controllare una piazza che non ha voce e non si accorge di aver perso Amr e gli altri che avrebbero potuto davvero cambiare le cose.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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