Se spolpate il mondo, se gli togliete bramo a bramo la sua carne, la dolce tenera carne della madre terra, arrivate all’Hoggar, alle sue vecchie primeve ossa, lo scheletro di basalto su cui Dio o le comete o l’ineludibilità del caso qualche miliardo di anni or sono hanno posato l’alito della vita.
Dal colle dell’Asékrem, nel cuore del cuore del pianeta, cerco di fermare lo sguardo su un punto qualsiasi di un orizzonte di valli e montagne che si perde oltre il limite della curvatura terrestre. E mi prende la vertigine: non c’è equilibrio possibile per lo sguardo di un uomo qui, non c’è riparo per il vivente.
Poi ritrovo la traccia della Pista e non cado. Ci sono uomini che vivono nell’Hoggar, la Pista è la scia della loro esistenza. Dicono che sia lunga cinquemila chilometri, dal Mali alla Libia, ma è pura supposizione, perché qui non serve contare i chilometri, ma i giorni; i giorni da un’acqua all’altra: in fondo alle vecchie ossa del mondo giace silente un grembo di acqua, un midollo che polla alla superficie rari sottilissimi nervi. Questa mattina, dall’incerta inquadratura di una Toyota, l’amatissimo cammello d’oriente, ho visto un uomo lungo la pista; a piedi scalzi camminava spedito con una bottiglia di plastica in mano. La bottiglia era vuota. Quell’uomo era nella solitudine di quell’infinità di pietra un’ulteriore vertigine. Ho chiesto al contrabbandiere di sale che mi ha portato fin qui dove avrebbe trovato da bere. Ha fatto un vago cenno con le labbra appena schiuse: ‟lo sa Dio.”
Io so solo che ho visto -lo giuro- in una fenditura tra quelle montagne, a duemila chilometri dal primo mare, un ulivo. Un ritorto tronco osseo non più spesso di un femore d’uomo raccolto in un incavo della pietra su un mucchietto di polvere di terra. E 23 –ventitrè- foglie argentate. Il contrabbandiere me ne ha fatta toccare una: era vera. È qui da prima del deserto, mi ha detto.
A mezza giornata d’acqua dall’ulivo, in un altro incavo della roccia una mandria di cervi pascola da ormai diecimila anni incisa forse per sempre in una gravure tenue come pastello. Vertigine nella vertigine.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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