Beirut - Ahmed, "cittadino siriano", venditore ambulante di verdure, parla con deferenza e irradia certezze; dice che ha guardato la tv fino a notte fonda e ha una conclusione: "Lo pensiamo tutti qui: Saddam l´hanno preso due mesi fa".
E da che cosa lo intuite? "Primo: uno ricco come lui si fa fare la barba. Secondo: dov´è la pistola? L´avesse avuta l´avrebbe usata. No, è andata così. L´hanno preso con un inganno, tenuto nascosto e tirato fuori adesso perché Bush ne aveva bisogno per le elezioni. Credimi, la vera storia dell´Iraq la sapremo fra trentacinque anni e allora sarà ufficiale: l´avevano preso da mesi" Hanno preso anche Osama? "Nooo, - e sorride - quello è più furbo di tutti".
È il giorno dopo l´annuncio della cattura di Saddam. I leader arabi cercano cose più equilibristiche che equilibrate da dire. Gli editorialisti dei quotidiani dell´area esprimono disprezzo per l´uomo che si era sempre fatto riprendere con il fucile e si è fatto arrestare senza sparare un colpo (a se stesso). L´amico di un amico, al telefono da Londra, dove andò in esilio dopo le torture subite a Bagdad, invece di essere soddisfatto, dice: "Mi vergogno. Abbiamo chinato la testa per anni davanti a un vigliacco". Ci sono reazioni di ogni genere. La piazza araba non esiste, se non nella fantasia di alcuni commentatori. Per cercare di mettere a fuoco un punto di vista particolare ma rappresentativo sono andato nel campo profughi di Shabra e Shatila, teatro del massacro dell´82, decennale residenza di rifugiati da tutto il mondo arabo. È un luogo di memorie e di rabbia. Ci sono foto di bambine morte 23 anni fa alle cancellate, vicoli tappezzati con le immagini di recenti, giovanissimi, "martiri" palestinesi. È un luogo di miseria e televisori taroccati marca Panosanic davanti ai quali tutti hanno appreso le notizie dall´Iraq. Se il "mondo arabo" è un altro feticcio dell´immaginario, questo è un reale microcosmo che parla con l´accento di Paesi diversi e con la stessa indignazione.
Mi fermo davanti al carretto di magliette "Asidad" del giordano Abdullah, gli chiedo che cosa pensa di tutta la vicenda: "È un insulto", risponde. Non si scalda, parla scandendo i termini: "È un´offesa per tutti gli arabi, il modo in cui hanno trattato Saddam. Può essere anche un tiranno, ma era un leader arabo, resta il presidente della sua nazione. Non fa forse parte della lega araba? E l´hanno trattato in quella maniera" Un ragazzo palestinese di nome Muhammad lo interrompe: "Se l´è meritato, di farsi vedere così. E´ stato un vigliacco. Hitler, quando ha capito che era arrivata la fine, ha avuto il coraggio di ammazzarsi. Saddam è peggio di lui". Abdullah: "Guarda che il modo in cui l´hanno preso è poco chiaro". Muhammad: "Ah sì? Io ho visto che era vivo e in mano ai nemici". Abdullah: "Se si fosse arreso così sarebbe un fallimento per tutti gli arabi, perché lui resta un leader arabo". Muhammad: "Se quello è un leader arabo, allora fanculo gli arabi che hanno leader così". Abdullah: "Preferisci essere governato dagli americani?". Muhammad: "Se devo scegliere tra Saddam e il diavolo, scelgo il diavolo. Il diavolo ha più fegato".
A questo punto il carretto è circondato e una dozzina di persone buttano le loro opinioni. L´interprete coglie frasi e le rimbalza: "A un presidente arabo non fai barba e capelli!" "Era un sosia" "E il Dna?" "Hanno fatto trasfusioni di sangue" "Io, se ero lui, mettevo una bomba nella buca e quando arrivavano gli americani mi facevo saltare in aria con loro. E non sono neanche un presidente". "I presidenti non si fanno ammazzare. Quelli come noi si fanno ammazzare". "Quelli come lui!", indica l´immagine di un ragazzino che sventola sotto quella di uno sceicco sciita, scomparsi tutti e due.
"E comunque un presidente va rispettato". "Dovevano prenderlo gli iracheni". "Ma quelli contro di lui sono pochi, in Iraq, la minoranza". "E quelli che applaudivano?". "Traditori. Quando era presidente applaudivano lui".
Tutti applaudono quello che l´ha detto.
Passa una donna velata, una delle poche in circolazione, è l´ora di cucinare il pranzo. È in ritardo: compra riso. Si chiama Maha. Quel che resta del volto ne rivela la giovane età. Le chiedo cosa pensa della cattura di Saddam: "Era il suo destino - dice - ha umiliato e fatto soffrire il suo popolo, doveva finire così: soffrendo un´umiliazione. Potrei dire che si è rivelato un codardo, ma secondo me si è fatta la volontà di Dio, lui ha voluto così, non ha dato a Saddam la forza di spararsi perché voleva per lui un finale senza dignità: non la meritava. I nostri fratelli che si fanno esplodere per difendere la causa finiscono in gloria e vanno in paradiso. Saddam non è mai stato un buon musulmano, non aveva diritto a finire in gloria, è andata come era giusto. Adesso Dio punirà gli altri che hanno commesso peccati in Iraq. È destino che sia così". Paga e si allontana.
C´è un bambino che ci ha seguiti dall´inizio, tutto ascoltando, qualche volta annuendo. Vedendoci tornare indietro fissa l´interprete, supplicando il proprio turno. Si chiama Ali, ha otto anni. Ha guardato la televisione con il padre. Si è fatto un´idea chiara su Saddam. La esprime in tre sentenze. Più una solenne promessa, che può leggersi come una minaccia.
Dice: "Era cattivo. Ha tradito. È stato un vigliacco. Io non sarò come lui".
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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