Sana´a - Da ieri il presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh è formalmente il "barbiere d´Arabia". Si conquista il soprannome con una frase detta ai giornalisti in una pausa della conferenza su democrazia e diritti umani che ospita. Questa: "Dobbiamo cambiare acconciatura, prima che arrivi qualcun altro a cambiarcela". Pettine e forbici hanno già modificato i connotati al suo ex amico Saddam Hussein, ma Saleh ha capito per tempo la nuova moda. Basta guardare: nei ritratti appesi alle pareti del palazzo presidenziale aveva una chioma riccioluta. Ora ha un taglio in voga, corto e liscio. Allora vestiva classico o tribale. Oggi spiazza con un completo antracite, camicia e cravatta a sfumare. Basta ascoltare. Nel 1998 diceva: "Democrazia non significa che chiunque può dire quel che vuole". Ieri applaudiva Emma Bonino mentre gli ricordava che esiste un solo modello di democrazia e richiede libertà di espressione in ogni campo. L´ha detto lui stesso: "La democrazia è la scialuppa di salvataggio per i regimi politici, soprattutto nel Terzo Mondo". Altri hanno preferito colare a picco sulle loro fregate, alcuni si illudono che la tempesta passerà, Saleh ha cominciato a calare l´imbarcazione di riserva. Non è ancora in salvo, ma ci prova. Uomo navigato lo è di certo: sta al potere dal 17 luglio del 1978, più a lungo del papa, battuto, nella sua area, solo dal colonnello Gheddafi.
Quando si pettinava alla vecchia maniera, Saleh era il tipico rais orientale uscito dai ranghi dell´esercito. Nato nel 1942 in un villaggio vicino alla capitale, era diventato cadetto nel 1960. Sulla sua divisa ha progressivamente avuto tutti i gradi, sulla sua pelle tutte le cicatrici della storia nazionale. Ha partecipato a golpe e controgolpe, è stato più volte ferito in battaglia, ha sedato sommosse, ordinato fucilazioni, evitato attentati. Soprattutto, ha ottenuto la riunificazione tra Yemen del Nord e del Sud, diventando la guida del nuovo Stato. I sauditi, che non volevano un vicino forte, non hanno mai smesso di osteggiarlo. Ancora continuano. Hanno appoggiato le fazioni a lui ostili. Hanno limitato lo sfruttamento del petrolio yemenita. Ieri l´ultimo dispetto: i loro rappresentanti di rilievo hanno disertato la conferenza. I nemici dei Saud sono diventati gli amici del Saleh vecchia acconciatura. Primo fra tutti: Saddam Hussein. Soldati yemeniti andarono a combattere contro l´Iran. L´appoggio continuò anche dopo l´aggressione del Kuwait. Lo Yemen era l´unico Paese arabo nel Consiglio di Sicurezza e si schierò contro la guerra del Golfo. Il timore di Saleh era che i sauditi ne approfittassero per arrivare a Sana´a. Ne pagò il prezzo: parziale embargo, 800mila lavoratori cacciati da Riad, tracollo dell´economia e conseguenti misure impopolari. Ma rimase leale a Saddam, come sempre lo fu con Arafat e i palestinesi, di cui gli altri leader arabi si ricordano solo per fare demagogia. Con Osama bin Laden, la prese alla larga. Quando, in acque yemenite, fu colpita la portaerei americana Cole, dichiarò: "Siamo sicuri che ci sia dietro Osama, e non piuttosto i servizi israeliani o qualcun altro?". Negò, a lungo, l´esistenza di seguaci di Al Qaeda nello Yemen. Governò con pugno di ferro: istituì la pena di morte per i rapimenti, che avevano ridotto il turismo. Indisse le prime elezioni presidenziali, nel ´99, avendo per rivale un candidato del suo stesso partito: fu eletto con il 96,3% dei voti. Doveva durare 5 anni. Ha esteso il mandato a sette. Poi, ha cambiato pettinatura.
Padre di sette figli, residente in una casa-museo dove corre appena possibile, guidando personalmente l´auto presidenziale, il nuovo Saleh ha cominciato a sterzare dalla lotta al terrorismo. Che ci siano uomini di Al Qaeda in Yemen, adesso lo ammette. Per trovarli basta andare in prigione, dove sono rinchiusi a decine. Nel marzo 2002 ha ricevuto il vicepresidente americano Cheney, gli ha offerto collaborazione e accettato addestramento per i suoi agenti. Risultato: catene di arresti e un drone radiocomandato sull´auto del terrorista più pericoloso. Il vantaggio per Saleh è che, con la motivazione della caccia agli estremisti, ha potuto mandare l´esercito nel regno incontrastato delle tribù e sgominare quelli che erano anche i suoi nemici. Poi, ha dimostrato clemenza e tatticismo, avviando l´Operazione Dialogo. Ha convocato il più illuminato dei clerici, Hamoud Al Hitari, e gli ha chiesto di reinsegnare l´Islam ai fondamentalisti incarcerati. Dopodiché, per la festa del Ramadan, ne ha fatti uscire una cinquantina, ravveduti e garantiti. Nello Yemen del nuovo Saleh le donne non solo votano, ma diventano anche ministro. Sarà cosmesi, ma è un bel vedere. Restano le contraddizioni, che impediscono alla scialuppa di navigare serenamente. Si possono aprire giornali indipendenti, ma non radio e televisioni. Si può criticare il governo, ma è appena stata approvata una legge sulla stampa che i giornalisti definiscono liberticida. Il reddito medio delle famiglie è basso e spesso la metà viene usata per procurarsi il qat, la droga masticata per ore mentre si parla di politica con argomenti sempre più annebbiati. Si discute di diritti umani davanti al mondo e intanto una donna di nome Layla Radman attende la sentenza d´appello dopo essere stata condannata alla lapidazione per adulterio. Come in tutti i casi del genere la parola finale spetta al presidente. Se si pettina come ieri, la grazia. Se vuole davvero andare in porto, abolisce la pena.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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