Il padre di mio nonno è morto a Milano. Era arrivato fin là spinto dalla fame, ed è finito in pezzi, sfracellato dai colpi di cannone del generale Bava Beccaris mentre dimostrava pacificamente contro le reali tasse affamatrici. Grato per aver ripulito le piazze dagli affamati -e dal mio bisnonno- il re d’Italia ha insignito il suo generale delle massime onoreficenze del regno. Quando mi capita di andare a Carrara cerco sempre di avere un poco di tempo per passare dal cimitero a salutare la statua di Gaetano Bresci.
Posso dire con questo che l’anarchico Bresci ha chiuso un conto tra me e la famiglia reale Sabauda? O devo forse ammettere che questo conto è tuttora aperto? In coscienza, devo rispondere di no. Non ho alcun sospeso con i re d’Italia. I miei conti, tutti, sono ancora aperti, si, ma con la storia. La storia del mio paese, la storia degli uomini. Subita e interpretata. Tragedia, bellezza, orrore, salvezza, infamia e onore. Nella storia ci sono io e c’è il re, ci siete voi e c’è il mio bisnonno con i suoi compagni di fame; c’è questa repubblica e quel regno, e molto altro ancora, naturalmente. La storia è una ferita bruciante e una porta aperta su un orizzonte. Né l’una né l’atra si chiederanno mai, perché ciascuno di noi ha un mandato ineludibile: il dovere della memoria. Dovere di dolore e di speranza che cesserà solo quando cesseranno gli uomini. Rinunciare a questo mandato significherebbe, semplicemente, sprofondare nel nulla, sparire dalla faccia della storia per dileguarsi nell’incoscienza e nell’irresponsabilità.
Ecco che allora mi prende una grande angoscia circa i Savoia. E non riguarda affatto loro, la concessione della residenza nel mio paese a ciò che resta dei vecchi re d’Italia. Figuriamoci! Come se già non risiedessero qui da noi, liberi e onorati, trafficanti d’armi, damerini e reginette in quantità. No, non ho conti in sospeso con quella famiglia. Mi angoscia invece l’infinita diceria che l’accompagna, la brillante superficialità, la svagata smemoratezza, la mondana sciatteria, la caparbia elusione del problema che la questione sottende. L’unico vero possibile problema. E cioè: è questo paese cosciente e padrone della propria storia? Assolvono la sua gente e le sue istituzioni il mandato della memoria? Se si, allora i Savoia sono stati un problema a suo tempo e adesso sono niente. Se no, allora altro che norme transitorie, nemmeno un Dio potrà salvarci dalla nostra irresponsabilità.
Ho visto che si sta svolgendo una specie di pubblico concorso tra i membri della famiglia Savoia a chi mostra maggiore pentimento e sincerità nell’ammissione delle colpe storiche degli antenati. Escluso il fatto –gravissimo- che il bisnonno metteva le corna alla regina consorte, e il nonno –responsabilità tutto sommato minore- ha firmato la resa incondizionata di uno stato democratico nelle mani del Cavalier Benito Mussolini, mi sembra che non sia stato tralasciato nulla. Ah, si, Bava Beccaris, forse, e il mio di bisnonno. Cionondimeno stanno dicendo più di quanto in effetti gli sia richiesto dall’opinione pubblica, o sedicente tale. Stanno, loro, ripassando la storia, a modo loro, per noi. Potevamo farlo, poteva essere una buona occasione questa perché rivedessimo, responsabilmente, con coscienza e sincerità, i punti tragicamente o felicemente salienti della storia che ha fatto di noi ciò che oggi siamo. Niente, niente di niente, mi pare.
Ad esempio, ho sentito citare qua e là, a proposito dei meriti dei nostri vecchi re, l’espressione ‟unità d’Italia”. È dal modo, dagli intenti e dagli esiti di quel grande fatto che hanno avuto origine alcuni dei problemi più duri di questo paese, oggi: tensioni eversive, isolazionismo, sottosviluppo, antistatalismo, contropoteri criminali. Vi risulta che qualche emittente televisiva ci abbia fatto uno special di prima serata? Qualche opinionista accreditato un fondo di grande respiro? Non sui principini, capite? Ma sulla ragione d’essere di questo paese. Di questa repubblica.
Di cui in parecchi se ne fregano a tal punto da volerne abolire la ricorrenza. Così, mentre la Francia il 14 di luglio ha festeggiato la presa della Bastiglia –e la conseguente espulsione violenta e sanguinosissima della monarchia dalla sua storia- con un immenso, festoso, gioioso pic nic, noi il 2 giugno abbiamo messo su una sfilata militare. Per ricordare che l’ideale repubblicano ha necessità di essere ancora difeso dal popolo in armi? Non mi pare; forse invece perché giocare con i soldatini attira ancora un po’ di gente. E l’interesse dei media.
P.S. vorrei rivolgere una preghiera ai legislatori che si apprestano ad abolire le norme transitorie della Costituzione riguardanti i Savoia. Assieme alle transitorie, ce ne sono anche di finali. Tra le finali, al titolo 14, ce n’è una che mi preme: l’abolizione di titoli nobiliari. Ecco, non succeda che, magari per distrazione, si cancelli anche quel titolo. Non ho voglia di passare il resto della mia vita a dover omaggiare: contessina qui, marchese là, duca di su, maestà di giù. Vediamo se almeno su questo riusciamo a metterci una pietra sopra.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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