Ciao don Franco, dove sei?
Te ne sei andato da questo quartiere ospite insalutato, temo, dai più. E anche da me. Da me un po’ distratto, si sa, ma anche lontano. Lontano dalla tua chiesa don Franco, lo sai, ma non da te.
Pensavo in verità che non saresti mai partito. Quante volte -ricordi?- ho puntato il dito sul tuo brutto campanile dicendoti senza pietà: ‟È la tua croce quella, e lì resterai inchiodato. Neanche il figlio di Dio è riuscito a schiodarsi dalla sua, figuriamoci se potrai farlo tu.” Non sono un profeta e tu sei partito. Per un’altra croce? Non so. Non so dove sei.
Qui nel quartiere c’è un prete nuovo e pare che piaccia di più. Io non l’ho ancora incontrato per strada e dunque non so nemmeno che faccia ha. Né ho ancora messo piede nella sua chiesa. Miscredente impenitente o fratello minore –chissà- dipende dallo sguardo di chi mi incontra.
Eppure avrei bisogno di pregare con qualcuno. È questa una Chiesa, no? Pregare con i fratelli. È che non è sempre semplice trovare dei fratelli con cui pregare. Se la preghiera è parola che si fa vita, intenzione che diviene atto, dolore che si fa gesto fecondo, dubbio che partorisce speranzosità. No, qui da noi non è semplice.
Non per me. E nemmeno per te, che certamente hai cercato assai più di me. Che ti sei consumato nella ricerca fino a diventare quello che sei: un povero cristo magro come un chiodo. Ma il tuo mandato era questo: cercare fratelli per fare una Chiesa, consumarsi nella ricerca.
Cos’hai trovato? La consunzione.
Sei stato testimone della voce del Cristo, sei stato tu stesso voce. Chi c’era ad ascoltare? Si dirà di questa gente satolla e benestante come di quei ragazzi seduti al bordo della piazza? Si. Vi ho cantato le mie canzoni più belle e voi non avete ballato, vi ho suonato le melodie più struggenti e voi non avete pianto.
In questo quartiere si può esser cattolici senza Cristo. È necessario che sia così perché tutto proceda lungo l’antica strada, sicura, piana, provvidente che consente di idolatrare ma non di pregare: qui sono già tutti redenti. La redenzione se la sono guadagnata con la partita IVA e l’elemosina di cappotti vecchi al cassonetto sul sagrato. La misericordia è insulto, la pietà una debolezza, la prudenza un affare, la castità un affronto.
Dico castità perché se penso a te mi viene in mente un uomo casto. E non intendo riferirmi alle tue astinenze, ma a ciò che intendevano i profeti dei giudei; come la professava il Cristo, anche se lui non ha mai pronunciato questa parola. Casto, ovvero dall’anima trasparente. O semplice, a seconda delle traduzioni. Ecco, qui la trasparenza, la semplicità, dell’anima è intollerabile più di ogni altra virtù, perché obbliga alla sincerità dello sguardo. Costringe a sapersi nudi di fronte alle responsabilità, e a riconoscere il mandato di Dio per ciascuno degli umani come un obbligo di vita.
E il mandato di Dio era o non era: vi eleggo a signori del creato, riconsegnate a me voi stessi e il creato migliori di come vi ho fatti andare? Già. E qui ti ridono in faccia se chiedi di provare a pulire dove è stato sporcato. Sporcato con i pensieri e le opere.
Visto con gli occhi di un sovrintendete è probabile che tu abbia fallito il tuo compito. Del resto non sei riuscito a convertire neppure me. Quindi non so se sei stato destinato ad altra e meno appetibile sede –questa di sede è piuttosto appetibile, guardandola dal punto di vista delle decime- o se te ne sei andato tu dove pensavi di fare e stare meglio. Certo, dal lato pratico credo sia la stessa cosa, visto che senti elettivi i posti e le greggi più disagevoli. Dio ti protegga, se posso usare io questo augurio, perché la castità dell’anima è pericolosa ovunque in quest’epoca. È una debolezza; la stessa debolezza che ha concesso al figlio di Dio di morire giustiziato, così come era nei piani del padre. Quello che ti deve consolare è che questa non è dunque la peggiore delle epoche che ha visto il mondo.
Ciao don Franco, e cerca di mangiare qualcosa. Hai anche tu il dovere, e non solo in diritto, di usare della tua parte di pane, della tua parte di pesce. E cerca pure di essere un po’ allegro. La vita è grande e Iddio incommensurabile. Nessun umano ha potestà sul destino del mondo; sul destino del creato e degli umani nel creato. Persino il destino di questo quartiere e della sua gente è ancora tutto da decidere. È proprio il caso di dire che il gran finale non lo ha ancora scritto nessuno. Dunque la speranza non è solo una virtù, ma un dovere. E l’allegria sono gli occhi della speranza. Temo che non ti capiterà mai di ballare e cantare come il profeta Davide attorno all’Arca, né come San Francesco davanti al suo vescovo –immaginati un po’ quel vescovo, ma immaginati di più San Francesco. No, non farai questo, ma trova la tua allegria dove sta: nella trasparenza della tua anima.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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