Sapete cosa sono gli ISO? Certo che lo sapete; del resto anche se non ve ne siete accorti siete immersi negli ISO. ISO è la sigla dell'Organizzazione Internazionale degli Standard, e i suoi sono i numeri della standardizzazione. La filettatura di un bullone, lo scaldabagno, l'ufficio dove lavorate, la pellicola per la vostra macchina fotografica, l'automobile che circola per strada, praticamente tutto ciò che usate ha il suo numero Iso, la sua certificazione di standard. Senza standardizzazione non ci sarebbe alcuna possibilità di comunicare, costruire, vendere e comprare, fuori dal ristretto cerchio del vostro cortile di casa.
Gli standard sono mondiali, alcuni europei, altri nazionali. La globalizzazione pretende che gli standard diventino universali, e ci sono grossi problemi di ISO al riguardo.
Un'automobile fabbricata in India, ad esempio, non ce la fa a rispettare le normative e gli standard di sicurezza e inquinamento, ragion per cui l'industria indiana non riuscirà ad espandersi. A meno che non si adegui, e per adeguarsi deve rivoluzionare modo di progettare, di lavorare, di vendere. Detto per inciso, l'Europa ha imposto i più alti standard, gli ISO più belli, per quanto riguarda una quantità di cose della massima importanza – come l'impatto ambientaler e la sicurezza, tanto per dire – e anche per questo vale la pena che esista e funzioni l'Unione Europea. Ci sono poi alcuni standard a cui è impossibile attribuire un numero ISO, standard che non riguardano oggetti materiali. Sono standard che si impongono di fatto, acquisiti come fatto culturale e non materiale. C'è sicuramente in Europa, uno standard politico, sì. Basta prendersi la briga di leggere i giornali europei, vedere le televisioni, ascoltare alla radio le sedute del parlamento europeo, ed è facile accorgersi che esiste uno standard della politica. La democrazia in Europa ha, per così dire, il suo codice ISO interiore. Il corpus democratico così come si è affermato in Europa non è uno standard universale. Le democrazie del Paraguay o del Pakistan, non rispettano le norme ISO europee.
Neppure quella degli Stati Uniti le rispetta, ad essere precisi, dove, tanto per dire, si è esclusi dal voto se non ci iscrive alle liste elettorali di un partito; cosa in Europa inconcepibile. E nemmeno l'Italia. Il mio paese non rispetta gli standard europei in molte cose, compreso la pratica della democrazia politica. E' un dato di fatto, concreto, materiale. Quello che è successo qualche giorno fa a Strasburgo è uno dei tanti modi per capirlo. Il nostro primo ministro è fuori standard in qualsiasi altro paese d'Europa; e non per quello che è e che fa oggi, ma per quello che era e ha fatto prima di candidarsi a una carica politica per la sua prima volta. Il nostro ministro delle riforme darebbe da tempo interdetto dai pubblici uffici anche nell'Austria del distinti signor Haider, e solo per quello che ha pubblicamente detto nell'ultimo mese, non nell'ultimo decennio.
Andate in gita in Europa e chiedete alla gente per strada, avendo unicamente cura di non chiedere a certi ragazzotti rasati, borchiati e svasticati; non c'è alcun bisogno di informarsi presso il personale specializzato, o la stampa. Al pari dell'informazione televisiva pubblica. Siamo a tal punto fuori standard, che se ci capita di vedere un telegiornale danese (governo di destra) e svizzero (governo di centro) e greco (governo di sinistra) ci coglie il dubbio che siano emittenti rivoluzionarie clandestine. E il telegiornale del primo canale in prima serata potremmo solo concepirlo nella notte del nostro terzo canale di vent'anni fa. Stupore fallace; lo stupore che dovrebbe coglierci, e non ci coglie, è quanto siamo diversi noi dal resto d'Europa per meravigliarci di ciò che per gli altri è standard.
Tutto questo, naturalmente, non implica assolutamente nulla di pratico. Possiamo, se lo vogliamo, vivere ancora mille anni fuori standard: se c'è una cosa che sappiamo fare, è arrangiarci. Nessuno, credeteci, in Europa ha bisogno di noi se non per goderci, così pittoreschi come siamo, quindici giorni in vacanza. Se solo vogliamo dilettarci in oziosi pensieri, allora possiamo chiederci, sportivamente, cosa è successo ad un intero popolo perché trovi normale quello che per chiunque altro, compreso nel suo medesimo orizzonte, è fuori norma. Perché ci siamo autoimposti – o abbiamo accettato che ci imponessero – una visione della realtà così meschina, povera, squallida. Il problema del mio paese non è il suo primo ministro, ma i milioni di milioni di persone che accettano, e gradiscono, questa normalità. Jung dice che un uomo può accettare qualunque cosa, dipende solo dal grado della sua sottomissione. A quale entità, a quale fato, a quale vizio, siamo riusciti a sottometterci fino a questo punto?
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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