Questo raccontano i numeri: dall' inizio di aprile più di cento marocchini sono stati arrestati per sospette attività terroristiche in Italia, quindici in Francia, uno in Danimarca, decine i ricercati in Spagna, tre in Belgio, uno in Germania; trentasette gli espulsi dal Portogallo. La maggior parte di loro viene da Tangeri. Come disse nel '93 l'allora funzionario della Casa Bianca Richard Clarke, informato che un gruppo islamico aveva compiuto un attentato alle Torri Gemelle: «Chi sono questi? Non raccontatemi che si sono conosciuti giocando a pallone e hanno messo una bomba perché si annoiavano». Per capire «chi sono questi» bisogna venire a Tangeri, salire lungo i vicoli che conducono alla casbah, superare la moschea, raggiungere una roccia e, come fanno in quel momento una dozzina di ragazzi, semplicemente guardare. Come nei gialli più riusciti, la soluzione è sotto gli occhi: basta spostarli dalla città, al mare, alla striscia di terra chiamata Europa distante appena tredici chilometri. La risposta è in quel tragitto: andata e ritorno. La partenza è Tangeri. Il giorno del primo attentato alle Torri Gemelle, data d' inizio dell' attacco all' Occidente, quasi tutti i nomi marocchini contenuti in quegli elenchi di ricercati o arrestati appartenevano a ragazzi. A quelli di Tangeri era toccata in sorte una città splendida e dannata. Splendida per gli stranieri, dannata per gli indigeni. Paul Bowles c' era venuto a scrivere i suoi esotici romanzi, i Rolling Stones a girare i loro sgargianti video, l' ereditiera americana Barbara Hutton a comprarsi una villa con sette porte, una per ciascuno dei mariti presi e lasciati. L' orientalismo, tradotto, significava case bianche & ragazzi mori. Tutte le più affascinanti costruzioni della Medina finivano in mano a spagnoli, francesi e americani. Le compravano a prezzi bassi (per loro), le ristrutturavano, le riempivano di kilim berberi e mobili ridipinti e li affittavano a connazionali per l'estate. I bordelli di piazza Petit Socco lavoravano solo per gli stranieri. La spiaggia più grande veniva ribattezzata Miami Beach. Sulla cima del Dowliz Hotel appariva l' insegna di McDonald' s. Apriva il Café Detroit. Intanto, la disoccupazione cresceva, arrivando al 30 per cento fra i giovani maschi in età da lavoro. Allora, tanti salivano sulla rocca e guardavano dall' altra parte del mare: la Spagna, l' Europa. La guardavano come chi abita nel Jersey guarda, ogni sera, le luci di New York. La differenza è che andare a New York è facile, avervi successo è possibile. Per i ragazzi di Tangeri era tutta un' altra storia. Emigrare costava, fino a mille dollari. Eppure provavano, fino a mille per settimana, rischiando di annegare su barconi da rottamare. Uno che andò si chiamava Jamal Zougam. Era nato nei quartieri poveri. Partì con la madre, lasciando qui il padre e i fratelli. Un altro si chiamava Abdel Aziz Benyaich, viveva nella zona residenziale, era di famiglia ricca. A Tangeri non si erano mai conosciuti. Quando, nel 2003, Jamal disse a una guardia del carcere spagnolo di Algeciras che intendeva visitare il suo amico d' infanzia, mentiva. Non avevano mai giocato insieme a pallone. Non era questo che li univa. Si erano incontrati nel 1997, in Spagna. Abdel Aziz, il ricco, aveva reclutato Jamal, il povero nelle file del Gruppo Islamico Combattente marocchino. Quando erano tornati a casa per visitare le famiglie entrambi erano stati riconosciuti a stento. Portavano barbe lunghe. Non andavano in spiaggia. Stavano in casa, silenziosi, o uscivano per andare alla moschea e ascoltare il sermone dell' imam integralista Mohammed al Fizzazi. Erano cambiati loro ed era cambiata Tangeri. La gente votava per il partito islamico. Gli hamam esponevano cartelli con la scritta «ingresso riservato ai musulmani». Chi era rimasto e vedeva la propria vita diventare più misera cercava conforto nella religione, e affidava il proprio riscatto e a essa ispirava ogni scelta. Ma chi era partito andava oltre, perché aveva accumulato più rabbia e più frustrazione. Sayyd Qutb, padre spirituale dei fondamentalisti, cominciò a infiammare gli animi contro l' Occidente al ritorno in Egitto dopo un lungo e deludente soggiorno in America. Tangeri era stato un paradiso per gli occidentali, ma quando i suoi ragazzi erano emigrati, avevano trovato solo un girone d' inferno, provenissero dai quartieri alti o dalla casbah. La generazione precedente aveva combattuto le disuguaglianze sociali con la militanza politica e si era fatta anni di galera. Uno come Aziz al Ouadi, detenuto per dieci anni, non concede giustificazioni socioeconomiche al terrorismo: «Ricchi e poveri ci sono sempre stati. Noi abbiamo provato a cambiare la società, ma senza uccidere. Questi usano la violenza, distorcono la religione. A un certo punto si sono radicalizzati e hanno perso ogni freno». Quando è accaduto? «I miei fratelli non erano così, prima di lasciare il Marocco», ha detto ai giornali uno dei benestanti Benyaich. I suoi fratelli erano Abdullah, morto nel 2001 nella battaglia di Tora Bora accanto ai miliziani di Osama Bin Laden; Salaheddin, che ha perso un occhio combattendo in Bosnia e sconta diciotto anni in carcere e Abdel Aziz, infine arrestato l' anno scorso, un mese dopo gli attentati di Casablanca. Progettava di far saltare la sinagoga e uno degli ultimi casinò di Tangeri. Lui che da giovane guidava auto sportive e faceva il gallo con le turiste voleva "mettere il velo" alla società, cacciare ogni altra religione, ogni possibile tentazione. Doveva essere un "luogo sacro", dove gli esuli non sono peccatori e pittori, dalla Francia non arrivano a soggiornare emuli di Matisse, ma di Richard Robert, il convertito all' Islam e all' integralismo che l' aveva introdotto alla cellula combattente guidata da Abdelkrim Mejjati, detto "faccia magica" per la sua capacità di cambiare volto. Con loro c' erano altri che furono ragazzi a Tangeri: Youssef Fikri, Mustafa Barkani, Ahmed Lamlaoui, Tarik Farissi, se questi sono i loro nomi, infilati tra schiere di "alias", tutti ricercati. Qui si sono incontrati e qui hanno prestato giuramento con le parole d' ordine «imporremo il bene, combatteremo il male». Per riuscirci, si faranno esplodere, o metteranno bombe in quell' Europa in cui si sono dispersi. Quando, fingendosi amico d' infanzia, Jamal incontrò Abdel Aziz in carcere, riuscirono in qualche modo a parlare degli attentati da compiere a Madrid. Jamal è l' uomo che ha comprato i tredici cellulari usati nell' operazione. Il detonatore, in tutti i sensi, proveniva da Tangeri. E non è ancora stato disinnescato.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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