Sono venuto su in una famiglia di contadini; mi hanno educato come potevano, come volevano. Compio gli anni il 1 ottobre, che ai miei tempi era il giorno di apertura della scuola e del primo maiale scannato in onore di San Remigio. Per il mio sesto genetliaco mio padre mi ha regalato l’astuccio con la penna e la matita e mio nonno una piccola cesoia per potare la vigna. L’astuccio si è disperso quasi subito e la cesoia è ancora qui, anche se non ho mai imparato a potare come si deve; ma la mia genetica è quella, e nato bifolco, bifolco morirò.
Tra i tanti difetti che ho mutuato dalla mentalità contadina c’è, forse non troppo ma grave ma imbarazzante, l’impossibilità ad essere un ecologista come si deve. I contadini non lo sono mai, non sanno capire la natura come un’entità autonoma dalla loro presenza e dal loro lavoro. Neppure l’apprezzano. La bellezza di un paesaggio è la sua ‟domesticità” non la selvatichezza. La natura incontaminata non gli dice niente di buono, la sua inutilità lo sgomenta, la sua estraneità lo spaventa. E io sono così, anche se mi sono abituato a fingere per non fare brutta figura.
Ma in cuor mio so bene cosa mi da piacere, cosa vado cercando camminando per il paesaggio del mondo; cosa del multiforme infinito sacro corpo di madre Gea, mi commuove e conforta. Sono i segni –vivi- del persistente accordo tra lei e i suoi figli, sacerdoti cafoni, la bellezza di quei segni, la bontà di quel patto. Che sono un albero che segna un confine, una gora serpeggiante nel cuore di un’aratura, un prativo di fieni ondulanti con il suo trattore arancione nel mezzo, un castagneto tenuto a giardino nel mezzo di un bosco di lecci, la polvere di una via vicinale che separa un orizzonte di girasoli da un altro di granturco. Anche solo questo, semplicemente questo. E così continuo ad andare pedestremente solingo nella campagna qualunque. Liberato dall’incombenza sociale di affreschi e musei, castelli e abbazie, posso bearmi senza vergogna, cafone come son nato, di questo vasto creato rifatto a mano. La manicure della vecchia madre Gea. E capisco che il mio occhio è diverso dal vostro e il mio gusto decisamente volgare.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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