Curiosamente, l'appello sta viaggiando per sms: "Boicotta il tuo cellulare, spegnilo per un giorno". La data è il 15 luglio, primo sciopero annunciato della comunicazione portatile in una intera nazione: il Libano, tre milioni e mezzo di abitanti (stima Onu) e 850mila telefonini (stima del governo che li gestisce). Motivazione: costi troppo alti. Promotori: quindici associazioni professionali, dagli industriali ai medici (chiamate d'emergenza solo all'ambulatorio), dagli avvocati ai giornalisti (evidentemente non in nota spese). Danno previsto: circa tre milioni di dollari. L'idea è opportuna, suggestiva e andrebbe esportata. Affonda le sue buone ragioni nel particolare e nel generale e va oltre la questione economica. Nel particolare: il gestore telefonico libanese è un taglieggiatore legalizzato. Conteggia per minuti, arrotondando al successivo, anziché per secondi. Vende schede a durata massima mensile e stacca la connessione, richiedendo un nuovo pagamento, se vengono lasciate scadere. In un Paese prostrato dalla crisi economica, dove la rivolta di piazza per l'aumento della benzina ha causato sette morti, la spesa telefonica dissangua i redditi familiari. Eppure nessuno sa rinunciare. Almeno fino al 15 luglio. C'è chi ha pagato cifre sottobanco per avere nuovi numeri più interessanti (cento dollari per 007007). C'è grande richiesta femminile per un modello a tasti morbidi che non rovina l'unghia del pollice durante la digitazione. In un ipotetico paniere, non solo libanese, dei beni da salvare di fronte alla crisi, il cellulare verrebbe tra i primi. In generale: quali che siano i costi del servizio e la povertà crescente, il cellulare squilla. Comunque e dovunque. Davanti al Muro del pianto di Gerusalemme ho visto un ebreo in preghiera, ondeggiante in quella che appare una trance mistica, infilare la mano in tasca e, senza smettere di dondolarsi, parlare, oltrechè al suo dio, al chiamante segnalato sul display. Disperso nel deserto dell'Oman, in una notte di sabbia e stelle, lontano da ogni forma di presunta civiltà, ho udito il silenzio che pareva incorruttibile squarciato dalla risata di una guida beduina accanto al fuoco. "Che succede?". In risposta ha mostrato un sms a invio multiplo che trasportava in ogni angolo del mondo un'agghiacciante barzelletta su un marine americano in Iraq. Nella metropolitana di Parigi, dove la linea non cade, ho visto due ragazzi, lui di origini africane, lei indigena, litigare, separarsi, lui che si alza e va nell'altro vagone, poi telefona, lei esita, risponde, discutono, fanno la pace e lui torna, si baciano, tutto fra Chatelet e le cinque fermate successive, al costo di 0,56 euro al minuto, con una scheda ricaricabile, se non si vuole uno spot ogni trenta secondi, che fa risparmiare, ma non semplifica le rappacificazioni. Il dibattito tra luddisti anti-cellulare (l'ultimo esponente è stato quel progressista di Trapattoni, che l'ha vietato al ritiro della Nazionale, con effetti non mirabili) e fanatici di un hi-tech che neppure maneggiano è tra i più sterili immaginabili. La tecnologia è qui per restare e essere usata. Il punto è come. Che i costi inflitti siano spropositati, è un fatto. Che le compagnie, governative o no, approfittino della sventatezza dei consumatori, anche. Ma non è una loro colpa. Non se aumentano il prezzo degli sms e ancora i due terzi di quelli che vengono spediti contengono, in ogni lingua del mondo, il vitale quesito: "Come va?". Cui segue la (non) risposta: "E tu?". Si può andare avanti per minuti e decine di centesimi a messaggio senza sapere nulla di più sull'altro o su se stessi, senza essersi per un secondo sentiti meno soli, scollegati, ma ritrovandosi più squattrinati. Tempo di ammetterlo: le compagnie telefoniche non hanno esercitato il ricatto della necessità. Hanno fatto cassa sull'unica vera esigenza di questo presente: il superfluo. Sarà davvero curioso vedere per un giorno una città a cellulari spenti. Per di più una città come Beirut, dove non ci sono cabine telefoniche, dove gli uomini davanti ai metal detector sembrano mafiosi all'ingresso di un summit: depositano cellulari come pistole, sfilandoli da tasche nascoste, contenitori ascellari, fondine al polpaccio, dove la rivista ‟Mondanitè” per 5 dollari ti manda sul display la foto che ti hanno scattato con il cellulare al party della sera prima, mentre stavi telefonando. La misura del danno inferto al governo strozzino sarà quella del successo. La facile previsione è che non si arriverà ai tre milioni del totale blackout. Ci saranno crumiri portatili. Altrettanto immaginabile è che non si tratti di chirurghi coscienziosi, ma dei troppi incapaci di rinunciare a (non) sapere "come va?".
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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