L'ultimo giornalista ad aver scritto un profilo di Aisha Gheddafi si chiamava Jahad Abdullah ed era di nazionalità giordana. L'articolo, intitolato I love you, Aisha non manteneva nel testo le premesse del titolo. Fu pubblicato dal settimanale ‟Al Majalla”, di proprietà saudita. La settimana successiva la stessa rivista aveva in copertina una fotografia del colonnello Gheddafi. All'interno, un pezzo benevolo. Nel frattempo Jahad Abdullah era stato licenziato ed era svanito nel nulla. Eppure, di Aisha Gheddafi bisogna tornare a parlare perché è lei a imporlo ripresentandosi sul palco mediatico, legally blonde, avvocato del team di Saddam, una tra i mille, sicuramente quella su cui si accenderanno i riflettori se mai tornerà a Bagdad con il carrozzone, stavolta dei legulei. Lo pretende quando dice cose dalla rischiosa interpretazione come: "Saddam è per me come un padre". Quando prende dal vero genitore il testimone di una staffetta in cui vince la gara chi è più spettacolare, imprevedibile, fuori dalle regole del mondo in cui viene e di quello in cui transita. La si può amare o no, ma liquidare Aisha come un fenomeno di folklore, a turno "Claudia Shiffer" o "Madonna" libica, o evocarla soltanto per le spese pazze e l'ancor più folle ipotesi di successione al padre è qualcosa più vicino alla superficialità che al vilipendio. Per capire il viaggio di questa giovane donna bisogna considerare da dove è partita e dov'era, bambina, nel maggio del 1986. Nata da Safiyah, seconda moglie del colonnello, prima figlia femmina, ebbe il nome che appartiene alla moglie bambina del Profeta, ma soprattutto, alla nonna paterna che, vedova in giovane età, allevò da sola Muhamar. Ha avuto quattro fratelli, un fratellastro e, per breve tempo, una sorella adottiva. Fin da piccola rivelò un carattere forte e un'inedita capacità di, se non proprio tenere testa, replicare al padre. Quando vent'anni più tardi "eluse" (se vogliamo credere alla versione ufficiale) la sorveglianza delle sue guardie del corpo e degli agenti inglesi e apparve sulla cassetta per i liberi oratori di Hyde Park definendo l'Ira un "gruppo di combattenti per la libertà" il colonnello sminuì lo scandalo dicendo: "Ha sempre avuto una passione per fare lunghi discorsi". Non sfuggiva il compiacimento per l'ereditarietà della vocazione. Ebbe un'infanzia da favola e una notte da tragedia. Fu quando, nel 1986, aerei americani bombardarono il residence della famiglia. In una deposizione processuale resa nell'aula in cui accusava per diffamazione il giornale inglese ‟Daily Telegraph”, Al Saif Gheddafi (vero favorito per la successione) ricordò, alle prime esplosioni "di essere scappato al rifugio", mentre gli altri fratelli e sorelle, più piccoli e inesperti, "rimanevano intrappolati nel corridoio da un crollo". Quando le bombe smisero di cadere, la piccola Hana, 4 anni, era già morta. La tribù dei Gadadfa non ha mai dimenticato un gesto nei suoi confronti, di qualunque segno fosse e, come ha potuto, quando ha potuto, ha ricambiato. Uscita da quel corridoio, Aisha cercò di respirare meglio. Il Libro verde, scritto dal padre per guidare la nazione, auspicava liberazione ed eguaglianza per la donna. Applicò, almeno a se stessa, le conseguenze. Studiò legge all'Università di Tripoli e completò la specializzazione a Parigi. Si tinse i capelli. Imparò a vestirsi come una diva occidentale. Chiamato a deporre nel processo a Londra, il professor Mansour El Kikhia, di origini libiche, docente di Scienze Politiche a San Antonio, Texas, affermò: "I figli del colonnello vivono come principi e principesse regnanti, conducono una vita privilegiata a spese del governo, hanno tutto quel che vogliono". Una nota dell'opposizione libica pubblicata sul sito arabo ‟Al Bawaba” rivela che il costo della sua suite al Dorchester Hotel di Londra è di 2000 euro per notte e sostiene che Aisha spende più denaro per questa causa che per quella palestinese, benché il suo motto sia "Sì all'intifada, no alla resa". Ha voluto una fondazione benefica con il suo nome. Come presidente onorario guida folte delegazioni all'estero, che si tratti di andare al concerto di Shakira (la sua cantante preferita) a Tunisi o a rompere l'embargo aereo e incontrare Saddam a Bagdad. Accadde il 22 ottobre 2002. Aisha scese la scaletta in jeans, giacca di pelle e occhiali neri. Portava cibo, medicine e aria di sfida. All'incontro ufficiale vestiva di bianco. Lo sguardo di Saddam tradiva che era pronto a perdonare Gheddafi per aver dato appoggio all'Iran nella guerra degli Anni Ottanta. L'addolciva la clinica debolezza per le bionde, dimostrata per l'ultima volta al processo, quando non riusciva a fare a meno di fissare la bionda fotografa americana. concedendole insperati primi piani. Aisha disse allora una frase che potrebbe presto ripetere, con diversa valenza: "Saluto la resistenza degli iracheni, oppressi dall'aggressione americana". Aggiunse due profezie, più difficilmente avverabili: "Il nemico sarà sconfitto, Dio volendo" e "Mio padre sarà il primo leader arabo a tornare qui". Il colonnello parve soddisfatto della missione. La figlia, all'estero, gli ha sempre fatto le figure migliori. Non è un caso se, nell'estate precedente, aveva mandato lei da Nelson Mandela, leader del Sudafrica, e il vulcanico Al Said da Luciano Gaucci, presidente del Perugia calcio. Lui e il fratello Mohammed avevano scatenato una faida calcistica. Al Saif passeggiava per Parigi con le sue tigri. E di Moatasam la rivista dell'Associazione Internazionale di Studi Strategici scrive addirittura che "cercò di ucciderlo per una questione di donne", ma rende l'affermazione meno credibile non sapendo precisare la data e le circostanze del presunto attentato. Comunque più affidabile Aisha, capace di incantare gli investitori stranieri e convincerli a scommettere sulla Libia. Capace, anche di incantare i frequentatori dei locali notturni di Parigi, che le si avvicinano con un bicchiere in mano, una proposta sulle labbra, un colossale equivoco nella testa, dissolto bruscamente dall'inattesa apparizione di guardie del corpo. Chi la frequenta a Parigi, a condizione di anonimato dice che "spesso sembra sapere il fatto suo" e la definisce "un'anima in pena". Sospesa tra due mondi, alla ricerca dell'uscita da un corridoio crollato. Per chiarire quali siano le possibilità reali di successione il fratello Saif ha scritto in un memoriale queste parole: "Che mia madre abbia un ruolo politico nel mio Paese è un'affermazione assurda e offensiva. Vive secondo la tradizione araba: appare in pubblico accanto al marito o per iniziative benefiche". Quello che, probabilmente, si aspetta da Aisha e che lei, a colpi di bionde alzate di testa, ha cercato di scrollarsi di dosso.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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