Quello che chiamano Lupo è un uomo solitario ed è in fuga, da tutti e contro tutti. Questi non sono i suoi punti deboli, è la sua forza. Non ha paure che non siano alle spalle. Non ha risorse che non siano estreme. Teoricamente possono fermarlo solo la morte o un uomo che gli somigli. Ci sono, nelle scarne biografie che di lui sono state compilate, le caratteristiche essenziali di una vocazione all'arte della fuga. Di Lupo si racconta che scelse la criminalità come strada per isolarsi da un mondo che disprezzava e lo percorse senza compagnia: nessuna affiliazione a bande, mai un complice. Non era un uomo solo, era ed è un solitario e la differenza è micidiale. Il solitario lo è per scelta, è qualcuno che si apparta e osserva. Canta Neil Young in The Loner: ‟È un pericolo imprevisto. Se lo vedi in metropolitana, sarà senz'altro in fondo alla vettura, a guardarti mentre ti muovi, finché non avrà capito chi sei. Quando scenderai, solo lui lo saprà. Sappi che niente può liberarlo. È un solitario”. Non parla, ascolta. Non agisce, osserva. E impara. Scopre, sugli altri, cose che gli torneranno utili: come reagiscono, quali abitudini hanno, che cosa fanno quando credono che nessuno li stia guardando. Per questo Lupo dimostra, già prima dell'ultima fuga, una grande abilità mimetica. Fa un colpo e poi scompare, ma lo fa restando sotto gli occhi di chi lo cerca, diventando uno qualunque dei mille che ha osservato, schedato, si è addestrato a imitare. Come tutti i solitari ha imparato, nel tempo, un secondo trucco: ha nascosto un altro uomo dentro se stesso. È un'illusione speciale, non può essere inscenata nei circhi di provincia, aspetta la ribalta del gran teatro. È allora che l'impiegato di terzo livello, il bandito da ufficio postale o il signor nessuno tirano fuori da sé quello che avevano dentro: l'Inafferrabile, perché è stato fin lì così prevedibile da sapere esattamente che cosa non fare più. I grandi fuggitivi sono stati uomini banali, prima di cominciare a scappare, nella realtà come nella fantasia. L'uomo che guardava passare i trenidi Simenon era un mogio travet, ma dopo il delitto divenne coscientemente imprevedibile. L'archivista della Cia impersonato da Robert Redford nei Tre giorni del condor non ha mai avuto un solo incarico operativo, ma, sfuggito alla strage nel suo ufficio, sviluppa in egual misura ingegno e diffidenza e tiene in scacco tutti gli inseguitori professionisti. Massimo Carlotto era un giovane studente padovano senza propensione per i thriller quando, accusato di omicidio, scelse la latitanza all'estero, inventando riusciti stratagemmi per non essere riconosciuto (che raccontò poi nel libro Il fuggiasco). Loro tre, e molti altri, erano uomini comuni, solitari, con il doppiofondo. La fuga fa scattare quella serratura segreta. Libera l'altro che era sempre stato prigioniero del ruolo ordinario. Fa affiorare risorse e scatena energia. È l'improvvisa iniezione di una droga per cui non si è sviluppata dipendenza. Crea esaltazione, lucidità, ferocia. Il fuggitivo non ha nessuno al suo fianco, ma si rende conto che è sempre stato così e questo è il momento di pareggiare i conti per tutti quegli anni di silenzi, diffidenze, sospetti. Adesso è lui a diffidare di tutti e sono gli altri a non sospettare che è lì, tra loro, conciato come uno di loro, invisibile come un barbone o un pendolare, ma con la pistola nascosta dietro al giornale. C'è un'eccitazione arcana nella fuga solitaria. È l'ultimo atto di un gioco infantile: tutti gli altri sono stati scoperti, tu sei solo e continui a cambiare nascondiglio aspettando il momento per tentare la corsa finale, allo scoperto, con gli occhi addosso e l'inseguitore alle spalle e il grido "liberi tutti" in gola. Lupo non può più liberare nessuno, neanche se stesso. E non lo vuole. Corre verso il precipizio, ma lo fa con uno slalom irregolare, colpi di testa e mimetiche sparizioni sullo sfondo. Catturarlo non è, i fatti lo dimostrano, un gioco da ragazzi. Non ha un padre, non torna verso casa. Non ha un amore, niente più grande della sua vita che possa farlo esitare. Ha un appuntamento con la morte, ma non ci ha messo la data. A fermare la sua corsa può essere soltanto un altro come lui, uno che stava seduto dall'altra parte della metropolitana, osservando anche Lupo, uno che è sceso alla fermata successiva, il capolinea. C'è sempre qualcuno che ti frega, c'è sempre chi è stato solo, attento e nascosto un po' più a lungo.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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