Stanno per tradire, ancora una volta, lo spirito di Olimpia. E non con il mercimonio (già allora si vendeva di tutto, incluso il sudore imbottigliato degli atleti spacciato, per magica pozione). Non con il carrozzone di dame, politicanti e fini pensatori al seguito (anche ai tempi antichi i sobri filosofi che avremmo studiato amavano vedere e farsi vedere dagli spalti). Neppure con l' eccesso di ideologia, nazionalismo da podio, religiosità da scongiuro al nastro di partenza (non erano meglio i sacrifici a Zeus di centinaia di testicoli di toro o l' affermazione della superiorità della razza greca). Il punto è che a Olimpia, non come ad Atene 2004, ogni gara era un combattimento, senza esclusione di colpi, ma con l' esclusione garantita di ogni slealtà e corruzione. La sfida era brutale, violenta e metaforica. Alludeva alla filosofia stoica, esaltava la resistenza non meno della potenza. Prevedeva un solo vincitore: agli altri, invece di premi consolatori, la vergogna. Era un' autentica rappresentazione del conflitto, materiale e sporco: sangue nell' arena, come quando il mestiere delle armi era uno scontro fra artigiani della violenza. Nell' epoca delle guerre tecnologiche, presunte asettiche, anche lo scontro sportivo è stato diluito e la sfida per la sopravvivenza tramutata nella caccia a un bene immateriale (presumibilmente di lusso): il record. Il tradimento dello spirito di Olimpia comincia paradossalmente dal principio di De Coubertin («l' importante non è vincere, ma partecipare»), per quanto di facciata lo si voglia considerare. La rilevanza della vittoria nei Giochi antichi era assoluta. Non c' erano medaglie d' argento e di bronzo per i secondi e i terzi. Non c' erano primati locali da segnare per dare un valore a presenze che la sconfitta marchiava. Sulla lapide di un pugile morto in una di quelle arene in cui si combatteva sotto il sole dei pomeriggi d' agosto, senza sosta, round, acqua, massaggi o consigli, finché uno solo restava in piedi, fu scritto: «Aveva pregato Zeus di dargli o la corona o la morte». Ed era stato accontentato. La gara era in realtà una selezione. Il trionfatore era «the last man standing», il sopravvissuto, ma anche l' eletto, non dal caso, non dai brogli, ma dal merito. Il concetto ossessivamente permeava ogni disciplina. Quaranta combattenti entravano nella fangosa arena della lotta libera e si scambiavano ogni sorta di colpo finché uno solo restava in piedi. Quarantaquattro bighe, tirata ognuna da quattro cavalli, partivano sulla pista dell' antico ippodromo e la corsa più celebrata (la racconta Pindaro) fu quella in cui 43 concorrenti (e 172 animali) finirono a gambe all' aria e uno solo varcò il traguardo. Il confronto, come ogni selezione, era spietato. Nel pankration, la specialità più selvaggia, valeva tutto fuorché strapparsi gli occhi (ma anche su quello i giudici talora ne chiudevano uno). Se un combattimento non trovava un vincitore si andava ai "rigori": i colpi senza difesa, uno a testa, finché qualcuno crollava. Ma anche in questo le regole erano sacre e il concorrente che, sorteggiato per iniziare, perforò con le dita lo stomaco dell' avversario e ne estrasse le viscere, abbattendolo, fu squalificato perché si considerò che avesse dato cinque colpi, uno per dita. La vittoria e la gloria toccarono all' altro, ma non è chiaro se poté goderne. Spettacoli non da signorine, verrebbe da pensare. A maggior ragione considerando che gli atleti gareggiavano nudi. Errore, invece. Le donne erano ammesse sugli spalti solo se non maritate, signorine appunto. Per loro, assistere era considerato, come dire, educativo. Una donna sposata, se scoperta nelle tribune, era condannata a morte e gettata da una rocca. La civiltà greca ha avuto pubblicitari migliori di quella islamica. Ma lo spettacolo che offriva ogni quattro anni era autentico, uno specchio non deformato di quello che la razza umana era ed è. Era cruento, volgare, erotico. Ci ricordava che, nel transito su questo pianeta, molti assistono, pochi fanno, pochissimi ce la fanno. Ribadiva la necessità del dolore ("agonia" e "agonismo" hanno radici comuni). Invitava a prendere il toro per le corna (letteralmente: c' era una specialità che consisteva nel farlo e saltare oltre), a guardare il rivale negli occhi e combatterlo con tutti i mezzi dati dalla natura, ma non da altro («gareggerai alla pari e prevarrai con l' abilità, non con il denaro», era scritto). Poi, hanno rivestito gli atleti, allargato il podio, messo fuori legge i colpi bassi e tollerato qualche vittoria comprata. Alla sfida per la vittoria si è affiancata quella per il record, che ha finito per diventare dominante. Una vittoria olimpica nelle discipline principali conta meno se non è accompagnata dal record. I teleschermi hanno in sovrimpressione, durante le gare di atletica e nuoto, il dato del record mondiale da battere e, perfino, quello dell' inutile record olimpico. Prevalentemente contabilizzato in minuti e secondi il record deriva dalla concezione introdotta dalla rivoluzione industriale per cui il tempo è un valore e come tale può essere scambiato (o sottratto: di qui la pena detentiva). Come un qualsiasi prodotto il record viene acquisito con sforzi (e, talora, sotterfugi), posseduto per un periodo di tempo limitato e poi ceduto ad altri, fatto circolare. Se il record non passa di mano acquista tuttavia una dimensione di valore particolare, tiratura limitata. Anche nell' antica Olimpia ci fu qualche caso di record, riportato dagli storici, non comprovato da appositi albi e federazioni. Si narra che un tale Phoilos (la grafia del nome è discussa) avrebbe, nel salto in lungo, effettuato un volo di 17 metri. Roba da far impallidire il leggendario Bob Beamon di Città del Messico. Per tre motivi. Primo: sarebbe atterrato sette metri e spiccioli più avanti, addirittura oltre la pedana (rompendosi, nella circostanza, tutte e due le gambe). Secondo: anziché in altura rarefatta l' avrebbe ottenuto nella fornace. Terzo: a Olimpia si saltava portando appresso dei pesi. E qui sta il trucco del record moderno. Poiché, dati i limiti umani, arriverebbe alla soglia di produzione zero, non resta che modificare le condizioni in cui è realizzato: il disco del pentatleta pesava il triplo dell' attuale, gli sprinter antichi correvano con l' armatura al posto del body in microfibra, il lottatore che si dava la carica macellando e mangiando un toro intero ingurgita qualcosa di molto meno vistoso e assai più tonificante. Quel baccanale che Tony Perrotet nel suo libro Naked Olympics definisce «la Woodstock dell' antichità» è stato sostituito da un gioco televisivo senza frontiere con un cronometro che scorre in basso. Alla scadenza olimpica gli antichi decretavano tre mesi di tregua dalle dozzine di guerre in cui erano impegnati e di rado non li rispettavano. In questo i moderni hanno acquisito più coerenza: la guerra continua, lo spettacolo, non è detto.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>