E non vivranno felici e contenti. Alla fine lo sport non se la sente di raccontare bugie troppo grosse e dire a un gruppo di iracheni che il loro futuro è d´oro. La nazionale di calcio mascotte delle Olimpiadi inevitabilmente perde contro il Paraguay e non va in finale. Le resta la sfida con l´Italia per conquistare una medaglia che manca dal 1960. Che l´incontro si svolga a 24 ore dalla scadenza dell´ultimatum dettato da chi in Iraq tiene in ostaggio l´italiano Enzo Baldoni è una coincidenza da non caricare di significati eccessivi, benché l´allenatore Majeed, sollecitato dai giornalisti nel dopopartita, acconsenta a lanciare un messaggio ai sequestratori affinché «restituiscano la libertà a chi non ha fatto alcun male e non merita di soffrire».
Che questo appello non spontaneo possa avere qualche effetto è improbabile: uomini che giocano a pallone non possono cambiare alcun destino all´infuori del loro. In questo, sono riusciti: molti non torneranno mai a Bagdad, hanno ricevuto asilo calcistico. Il numero 4 Jabar e il numero 11 Hawar Mohammed giocheranno in Germania, importati dal loro ex allenatore. Il numero 5 Akram andrà in Cina. Il numero 7 Emad Mohammed resterà in Qatar, ma cambierà squadra per mezzo milione di dollari. Comunque finisca venerdì la loro partita per la medaglia, hanno ottenuto un risultato straordinario: hanno unito i popoli arabi, obiettivo centrato fin qui solo da Nasser e dal programma televisivo "Superstar". Ieri sera la semifinale andava in diretta dalla Mauritania allo Yemen e provocava una unità di intenti ignota ai summit della Lega araba.
Non è bastato, ma l´Islam non conosce profeti miracolistici e non potevano certo esserlo quegli undici vestiti con il colore preferito di Maometto. Sono stati delusi, perché alla vigilia erano stranamente convinti di farcela. Temevano molto di più l´Australia battuta nei quarti. La ragione dimostra l´ingenuità della squadra: «Gli australiani sono alti e potevano metterci in difficoltà di testa, i paraguaiani no». Infatti gli hanno dato tre gol di piede. Un giornalista degli Emirati intimo della formazione racconta che hanno passato la sera della vigilia a ripetersi ancora una volta gli aneddoti sulle torture patite da Uday, il figlio di Saddam che solo in due hanno conosciuto, e a fare piani per la finale, come non ci fosse ancora un ostacolo da scavalcare: «Il Paraguay è lento, lo fregheremo». Il portiere Nour, che aveva celebrato la vittoria nei quarti dicendo: «Dio ci ha dato la felicità stasera» era convinto di una replica. L´allenatore disegnava schemi basati sul controllo di palla e di accelerazione dell´ala destra. Diceva ai suoi ragazzi: «Partiamo in vantaggio, perché abbiamo già fatto più di quanto ci aspettassimo».
Najaf era un luogo della memoria, la Grecia la loro oasi e non restava che estenderla il più possibile. A Salonicco nel giorno della partita circolavano sul lungomare immigrati imbandierati. La gente li fotografava come esemplari scampati all´estinzione. Quando si sono seduti sulle tribune e hanno cominciato il canto a sostegno della squadra della patria («Col sangue ti difenderemo Iraq») esprimevano un entusiasmo lugubre, lo sforzo di chi vuol dimenticare il presente, ma sa che non ci sono antidoti finché non puoi immaginare un futuro diverso.
Che questa squadra potesse averlo era, francamente, una delle favole che si possono raccontare perché c´è un pubblico che vuole ascoltarle. Al fischio d´inizio l´Iraq ha mostrato tanto impegno, ma altrettanta ingenuità. I suoi giocatori non sanno che cosa fare quando si trovano nell´area avversaria o nella propria. Ma le osservazioni tecniche su questa partita finiscono in fuorigioco. E´ per altri motivi che è stata guardata. In conferenza stampa l´allenatore prova a spiegare che i suoi uomini probabilmente hanno sentito troppo la pressione dell´attenzione internazionale, accenna a un problema difensivo, ma a nessuno interessa. Gli chiedono di schierarsi per la pace, la clemenza, e la vita di Enzo Baldoni. Inevitabilmente lo fa. Aggiunge che «non ha niente contro nessuno, tutti sono esseri umani, anche gli americani e ci dispiace quando qualcuno soffre e muore, quale che sia la sua nazionalità». Ha l´espressione triste non tanto perché ha perso, ma perché anche per lui davvero sta per suonare la campana: ancora una partita e la ricreazione sarà finita.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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