La prima fu una ragazza libanese di nome Sanaa: aveva 17 anni e un sorriso angelico. L´ultima, per ora, mentre altre in Ossezia sono pronte a seguirla, una donna senza nome né volto saltata in aria a una stazione della metropolitana di Mosca. Quella delle donne kamikaze è una storia di fascinazione, che cresce sotto gli occhi increduli ma voraci dell´Occidente e viene raccontata, da un lato e dall´altro, con le falsità di un´informazione scaduta a propaganda. Ripercorrere la genesi e l´evoluzione di questo fenomeno è un modo per capire fino a che punto (di non ritorno) il conflitto si sia spinto e per denunciare una diseguaglianza che dura fin oltre la morte.
Il primo volto femminile accanto al quale appare la luce artificiale del martirio appartiene a Sanaa Muhaidily, 17 anni, originaria del Sud del Libano. Siamo all´inizio degli Anni Ottanta. La sua terra è occupata dagli israeliani. Per combatterli si è costituita l´organizzazione del "partito di Dio", gli Hezbollah. In nome e per conto loro, un ragazzo di 15 anni ha commesso nel novembre del 1982 il primo attentato suicida, uccidendo 90 nemici. È l’inizio di una strategia. Per metterla in atto vengono scelti giovani considerati già maturi (il secondo avrà 17 anni), ma privi di vincoli familiari. Non si vogliono lasciare né vedove né orfani, nessuno che abbia un dolore di fronte al quale il resto della società avanzi dubbi. Le donne sono escluse da questo tipo di operazioni per motivi religiosi e sociali. Rima Fahkri, laureata in agronomia all´Università americana di Beirut, propone un emendamento a questa regola, ma non passa. Sanaa sovverte lo stato delle cose. La sua Peugeot bianca esplodendo uccide due soldati israeliani. Lascia un video in cui, serena, recita: "Non sono morta, cammino con voi. Canto, ballo, realizzo il mio sogno. Non piangete per me, siate felici e sorridete. Ora ho le radici nella terra del Sud e la irrigo con il mio sangue e il mio amore".
Scatena un innamoramento popolare. Appaiono ovunque i poster della "Sposa del Sud". Il presidente siriano Assad la loda. Il poeta egiziano Khaled Mohammed Khaled le dedica versi. Altre due donne la imitano. Ma i dubbi restano. Perfino lo sceicco Yassin, noto per la pilatesca affermazione "non scegliamo noi i martiri, lo fa Dio", dichiara che le donne sono "l´esercito di riserva". La loro ora non è ancora venuta. I clerici si oppongono, gli uomini saggi anche. Questa tesi prevale fino al 27 gennaio 2002, a un anno e quattro mesi dall´avvio della seconda Intifada. Quel giorno si spezza un tabù e si uccide la prima donna palestinese jihadista. Il suo nome è Wafa al Idriss. Ha 28 anni e una storia personale che verrà giudicata esemplare. È orfana di padre, l´ha allevata il fratello. Si è sposata, ma ha scoperto di essere sterile. Il marito l’ha ripudiata per prendere una seconda moglie. Lei non poteva risposarsi. La morte da martire appariva una via d’uscita onorevole per una vita senza un desiderabile futuro. Seguiranno altre sei, dapprima appartenenti all´organizzazione laica delle brigate Al Aqsa, poi anche ad Hamas in quello che Yassin definisce "un nuovo inizio".
Nel suo libro Donne martiri la giornalista americana Barbara Victor indica la disperazione personale come comune matrice del percorso di ognuna. Ripudiate, colpevoli di aver rifiutato nozze combinate, di aver avuto figli fuori dal matrimonio, di adulterio. In un’inchiesta dal titolo La setta delle riluttanti assassine, pubblicata dal ‟Los Angeles Times” a febbraio si sostiene che le kamikaze cecene sono "costrette, picchiate, torturate, drogate". Molte sarebbero vedove di suicidi a cui è detto: "La tua vita è uno scandalo, Dio ti ha punito prendendo tuo marito, riscattati morendo anche tu".
Il caso di Reem Al Reyashi, palestinese, madre di due figli, che a gennaio lascia un video in cui sogna "di essere la prima martire il cui corpo si frantuma in aria" e poi ottiene il proprio scopo, genera un’autentica soap opera. I giornali israeliani scrivono che aveva tradito il marito con un uomo di Hamas e ha dovuto lavare l’onore: l’amante le avrebbe dato la cintura esplosiva, il marito l´avrebbe accompagnata sul luogo dell’attentato.
Dietro queste ricostruzioni, alcune credibili altre meno, dietro le generalizzazioni forzate è evidente la necessità di dare una spiegazione altra, il timore di accettare l’assunto che se anche per una donna, addirittura madre, la vita per come le è data vale meno di una causa senza speranza, allora c´è davvero qualcosa di irrimediabile nella condizione storica in cui si è venuta a trovare. La vernice del fanatismo religioso si scrosta leggendo i messaggi terminali Sanaa o Reem, menti offuscate sì, ma dal nazionalismo. E Hamadi Jaradat, che si fece saltare in una ristorante di Haifa uccidendo 20 persone e se stessa, non aveva una biografia di disagi: era una 29enne avvocatessa a cui avevano ammazzato il fratello e cercava vendetta. Che si arrivasse al loro impiego era inevitabile. Scriveva Michael Ignatieff nel libro Il male minore. "Se le nostre forze tratteranno le donne come non belligeranti, i nemici useranno donne combattenti".
Discriminate in vita, uguali nell´attimo del sacrificio, le donne tornano sul gradino più basso dopo averlo compiuto: Rantisi, defunto leader di Hamas, conferma in un’intervista televisiva che le loro famiglie ricevevano un sussidio di 200 dollari al mese, la metà di quelle dei martiri maschi. Insufficiente a prescindere per lenire il dolore di Mabrouk al Idriss, madre della protomartire Wafa, mentre diceva: "Ogni giorno è un giorno di lacrime. Mi assicurano che mia figlia è in paradiso, ma questo solo Dio lo sa e ancora non è venuto a dirmelo".
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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