"Piculin", "Bimbo", "Puruco", "The New Maestro" e, soprattutto, "El Rifle". Se c'era una squadra che l'Italia poteva sperare di battere nei quarti è Portorico. Se ce n'è una che, in fondo, dispiacerebbe mandare a casa è Portorico. La chiamano "Scream Team", formazione da urlo. Ha devastato gli americani all'esordio. Fatta la storia, si è fatta. Ha festeggiato RUM-orosamente e non ha lasciato che il vantaggio di partenza andasse, come dire, in fumo. Guidato da un allenatore che ha un nome da romanzo, Julio Toro, Portorico si presenta oggi a un appuntamento con l'Italia che entrambi hanno assolutamente voluto. Come in una storia d'amore si sono cercati, trovati e adesso non resta loro che farsi del male. Solo uno sopravviverà per andare al prossimo incontro fatale. Portorico ha giocato a perdere con la Grecia per avere l'Italia e l'Italia non desiderava altro. Non parte favorita. Lo Scream Team ha il quinto miglior realizzatore del torneo (Arroyo), il secondo fornitore di assist (sempre lui), il secondo cecchino nei liberi (Ayuso) e l'ottavo rimbalzista (Fajardo). Ha equilibrio e soluzioni imprevedibili, ma soprattutto è una squadra di uomini veri, gente che ha sofferto, sbagliato non solo tiri, perso molto più che una partita, evitato la rovina, il rimpianto ed è ancora qui per raccontarlo. Prendete Larry Ayuso, quello che chiamano "El Rifle" perché spara a ripetizione. È nato nel Bronx di New York (come Fayardo e Casiano, "rimpatriati" per meriti sportivi). A sette anni il padre gli è morto davanti agli occhi, mentre stava mangiando. Il fratello Josè gliel'hanno ucciso in un vicolo per un regolamento di conti tra giovani spacciatori. Tutti gli amici della prima squadretta di basket in cui aveva giocato non ci sono più: overdose, Aids, pallottola. Per salvarlo gli trovarono un posto fisso nel quintetto della Riverside Church e un programma che lo portasse lontano da lì, in un'altra famiglia e con una seconda possibilità. Finì a Roswell, nel New Mexico, la città dove si dice siano atterrati gli alieni. In casa di Diane e Dick Taylor il marziano era lui. Gli imposero il coprifuoco, vestiti normali, qualche libro. Voleva scappare, poi una notte Diane lo prese per mano e lo portò al palazzetto dello sport. Entrarono che era buio. Quando furono sul parquet si accesero i riflettori. La palla era depositata a centrocampo. Sulle tribune c'era il coach della squadra locale. Ce l'aveva trascinato lei. Disse a Larry: "Fagli vedere". "El Rifle" cominciò a sparare e non ha più smesso. Dalla lunetta è infallibile. La madre adottiva è stata ed è la sua prima tifosa. Va alle partite con un campanaccio. A ogni canestro del "Rifle" fa un baccano d'inferno. Lui si vergogna ma gli è chiaro che non può dirle di starsene a casa ad aspettare E.T. Non sono extraterrestri questi portoricani. Sharif Fajardo, detto "Reef", ben conosciuto a Trieste, è uno che prende la palla quando colpisce il ferro, ma difficilmente la rimette dentro. Ci riesce quando meno te l'aspetti. In un campionato giovanile del '94 in cui era in squadra con tale Wells che sembrava Michael Jordan da piccolo e aveva deciso da solo tutti i finali di partita, a quattro secondi dalla sirena vide Wells che gli scaricava la palla per il tiro decisivo. Aveva fatto fin lì un solo canestro. Fece anche l'ultimo. L'impressione, a volte, è che non colga esattamente la differenza e non senta quindi la pressione sulle spalle. Casiano che rifilò una bomba al Dream Team praticamente dallo spogliatoio ha annunciato che non giocherà più in nazionale dopo le Olimpiadi e non vuole che questa sia l'ultima danza. Apodaca è tornato apposta dopo una lunga sospensione che gli ha cancellato il 2003 dalla biografia. È risultato positivo al doping. Niente steroidi: marijuana. Sono ragazzi così, hanno qualche vizio, ma anche quello di metterla dentro da molto lontano. Hanno un gioco che è specchio di quello italiano, ma a guardare e riflettere è difficile dire chi dei due si troverà tra le quattro belle del reame. In più, Portorico può buttare dentro centimetri pesanti e gomiti quando ce ne dovesse essere bisogno. Recalcati conosce bene uno degli avversari: Daniel Santiago. Con lui vinse il primo dei suoi tre scudetti impossibili, quello di Varese. Quella di stasera è un'altra missione improbabile per la generazione senza fenomeni che sta allevando, ma c'è uno spiraglio nella porta delle semifinali e finora i ragazzi si sono infilati dovunque abbiano potuto. Al ballo di gala si sono iscritti. Chi ha deciso le coppie ne ha sbagliata una sola: la Cina pesterà i piedi alla Lituania e lascerà la pista a testa bassa. Il resto è un tango col caschè, ma va a sapere chi resta sul parquet. Gli americani cercano la "revancha" con la Spagna che ha vinto il girone per guadagnarsi un incubo (e, pronostico, svegliarsi sudata fuori dal letto). I greci provano a battere gli argentini senza l'aiuto arbitrale (difficile, ma il mondo vi guarda). Italia-Portorico è la sfida più scanzonata. Chi vince e si trova nel poker d'assi si mette a ridere.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>