Cala su Beirut una notte sudamericana. Uno schieramento di polizia con le armi spianate recinta il centro storico impedendo l'accesso. Le strade sono vuote, le case silenziose. Ai muri sono appesi manifesti del presidente Lahoud con il suo famigerato sorriso. La sua faccia dondola su un enorme cartellone di fronte al Parlamento, che si riunisce alle sei della sera e, come previsto, approva un plateale strappo alla Costituzione prorogando "eccezionalmente" di altri tre anni il suo mandato di sei in scadenza a novembre. È la risposta a una risoluzione dell'Onu approvata nella notte per scongiurare questa caduta di legittimità. È la mano della Siria che esce dall'ombra e si fa beffe delle raccomandazioni americane e francesi. È la fine di una giornata che potrebbe avere conseguenze non solo per il Libano, ma per tutta la regione, in cui questo piccolo Paese è il cortile dove i grandi sperimentano giochi di guerra. Per capire l'importanza di questo strappo bisogna fare qualche passo indietro. Emile Lahoud fu eletto presidente nel '98 con una maggioranza parlamentare senza precedenti. Come da "manuale Cencelli intersettario", concordato dopo la guerra civile, è cristiano maronita. Ai sunniti spetta il primo ministro (il nababbo Hariri), agli sciiti il presidente del Parlamento (Berri). Il mandato di Lahoud inizia con grandi promesse, prima fra tutte la lotta alla corruzione e si avvia alla fine nel segno del disincanto. Questo per il popolo. Non per la Siria, che esercita un attento controllo sul Libano, mantiene 17mila soldati sul suo territorio e ha trovato in Lahoud un alleato affidabile. Quando già si sono presentate diverse candidature per la successione, si diffonde la voce che il mandato presidenziale verrà prorogato. Sembra improbabile: occorre un emendamento alla costituzione approvato da due terzi dei 128 parlamentari e almeno 45 sono sotto altre bandiere: quelle del druso Jumblatt, dell'opposizione cristiana e, soprattutto, di Hariri. Lui e Lahoud sono rette parallele, per farli incontrare bisogna piegare la geometria. È quello che accade venerdì scorso in una provincia meridionale del Libano. Hariri ci arriva da Beirut per parlare con il generale siriano Ghazaleh, considerato il proconsole di Damasco. Esce dal colloquio visibilmente turbato, torna a Beirut e l'indomani convoca una riunione di governo che in dieci-minuti-dieci approva l'emendamento costituzionale e lo raccomanda al Parlamento. Il suo portavoce spiega: "Hariri ritiene che la situazione nella regione richieda misure eccezionali". È un'ipocrisia per causa di forza maggiore che assicura a Lahoud la maggioranza. A contrastarlo restano l'ormai folkloristico Jumblatt e, a sorpresa, il patriarca maronita Sfeir, uomo di canoni e leggi. Ci sarebbero, anche, i trecento intellettuali e giornalisti che firmano un appello e la gente comune che, in un sondaggio, si esprime contro (al 65%), ma non contano niente. A stendere il tappeto a Lahoud e ai suoi protettori provvedono il gran mufti Kabbani, Berri e la maggioranza dei parlamentari. La dichiarazione più significativa la rende l'ex primo ministro Karami: "Tutto questo rumore per tre anni. Gli anni volano!". A interferenza esterna, risposta esterna. A contrastare la Siria intervengono Stati Uniti e Francia. Washington più di una volta si è fermata a un passo dalla via di Damasco con armi e bagagli. La Siria tira la corda. Israele l'accusa apertamente di avere avuto parte nell'ultimo attentato: gli uomini di Hamas troverebbero nuovamente rifugio accanto all'ombra della moschea Ommayad. Ma l'impazienza americana è frenata dalle difficoltà irachene, messi come sono, sanno di non poter spaventare Assad e la sua corte. L'appoggio francese al tentativo di bloccare diplomaticamente l'influenza siriana è eredità del tempo coloniale. Si cerca di varare una risoluzione Onu che blocchi i piani di Damasco. Quella approvata nella notte ne è una lontana parente. La votano in nove, sei (tra cui Russia e Cina) si astengono. È il minimo necessario. Chiede il rispetto della sovranità libanese, una libera elezione secondo la costituzione e il ritiro delle truppe straniere dal territorio. Nelle trattative diplomatiche per farla passare si è tolto ogni riferimento esplicito alla Siria. Nella mattina di ieri la portavoce del ministero degli esteri, Kanafani, poteva farsene beffe dicendo: "Non ci riguarda direttamente". Nella serata il voto del parlamento di Beirut la rendeva lettera morta. Ai firmatari dell'appello non rimaneva che l'amarezza espressa in una domanda retorica: "E se adesso Israele ci attaccasse che facciamo: protestiamo all'Onu?". È evidente che nel cortile libanese è cominciato un braccio di ferro tra un gigante distratto e un peso medio che va perdendo il senso della misura. La definiscono una "guerra pscicologica", ma qui anche gli pscicologi dormono con il mitra sotto il letto.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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