Se non fosse stato che dalle nostre parti le pigne si aprono proprio nei giorni che il basilico comincia a prendere odore; se non fosse che per la gente qui di riviera nemmeno i pinoli sono una roba che si possono godere i bambini, ma che per queste nostre arcigne madri tutto fa brodo, visto che di brodo ce n’è soltanto di magro; ecco che se non fossimo dei pezzenti morti di fame che levano di mano i pinolini ai bimbi e s’incaponiscono a tirar su foglioline di erba odorosa e a seccare agli, del pesto non se ne sarebbe mai sentito parlare. Perché il resto, sia chiaro, è stato tutto avantaggiato nel tempo. Il resto è un po’ di pecorino di pascolo magro –a sua volta avantaggiato di parmigiano quando la classe si fa alta o al porto i cavalli ne hanno trovato una forma corrotta- e un po’ d’olio. Ma olio appena un filo, visto che, nella riviera che ha avuto anche mezzo milione di piante fattrici, in molte case l’olio si è tenuto sotto chiave non più in là della generazione scorsa. Col pesto ci si è condito la pasta, che altro farci se no? La pasta da noi conveniva farla in casa e convenirla farla avantaggiando la farina di grano con quella di castagna; che rispetto all’altra non costa niente, visto che il grano bisognava andarlo a comprare nelle pianure di là dall’ Appennino e i castagneti ce li avevamo sopra casa; visto che il grano è nutriente e la castagna intoppa l’intestino e basta. Così il pesto condiva le trofie, l’unica pasta, abbastanza corta e torcignosa per poter reggere un po’ di cottura con quella farina mista. Le trenette sono venute con l’abbondanza post bellica e rispettano con scrupolo l’idea calvinista che hanno i rivieraschi dell’abbondanza. Come l’austerità dell’aristocrazia genovese non ha mai concesso di più del privilegio di una brancatina di fagiolini all’avantaggio definitivo, quello che vuole la patata aggiunta alla pasta; che c’è stata messa perché, naturalmente, la patata è ancor più economica di qualsivoglia farina e riempie di più di qualunque pasta. Il fagiolino resta comunque un mistero se non si prende in considerazione il gesto puro e semplice di lussuria nobiliare.
Ecco fatto, tutto quello che ci siamo concessi sul tema di basilico e pinoli in un millennio. Oggi si viene a sapere che il popolo elegge a piatto dell’epoca corrente le trenette con il pesto avantaggiato di gamberi. Se lo vengono a sapere qui a Genova chiedono la secessione da ‘sto paese dell’infamia e intanto fanno chiudere i ristoranti dal prefetto per ragioni sanitarie. Ma così è appunto quest’epoca: che nessuno ha diritto di essere lasciato in pace, nemmeno il pesto, che se n’è stato per conto suo tutti questi secoli, a tal punto appartato che se il basilico non è di Pra o al massimo di Sarzana, per legge non è neppure più pesto. I gamberi! Ma chi è che ce li ha messi? Fatemelo vedere, fatemelo guardare dritto negli occhi! Dio, i gamberi nel pesto: cos’altro avrei potuto aspettarmi dagli anni novanta?
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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