Ero al liceo e si approssimava un'ora terribile: la professoressa di greco avrebbe fatto lezione alle nove, leggendo per quaranta minuti dal suo quadernetto didascalici appunti su Eschilo, che noi avremmo ulteriormente sussunto. Poi, nei venti minuti finali, avrebbe interrogato, pretendendo che ripetessimo quelle esatte parole. La minaccia gravava su me e un compagno, entrambi impreparati. Erano le otto e cinquanta. "Che facciamo?", chiese quello. "Usciamo di scuola". "Come?". "Ci confondiamo tra quelli che entrano alla seconda ora". "C'è il bidello alla guardiola che sorveglia. Ci vedrà". "Non se camminiamo all'indietro". "Cosa?". "Teniamo il profilo rivolto in avanti, ci mischiamo alla massa che entra e, con la faccia nella loro direzione, noi usciamo". Mi guardò come se fossi pazzo, ma nei momenti disperati si ricorre alla "mossa del matto". Lo facemmo. Funzionò. Corremmo sotto il portico, svoltammo, ridemmo. "Come ti è venuto in mente?". "L'ho letto su Topolino. C'era una storia in cui lui e Pippo lo facevano per uscire inosservati da una miniera". Questo aneddoto per prologo voleva dire semplicemente che io (ma come me molti altri della mia generazione) ho imparato più dai fumetti che dalla scuola. In molti abbiamo incontrato insegnanti pedanti e fumettari geniali. Walt Disney ha creato una moderna mitologia. Charles Schulz è stato un grande psicologo. Stan Lee ha fatto, anche, filosofia. Tiziano Sclavi vale un corso di sociologia contemporanea. L'importante è esagerare, ma neanche troppo. In principio fu Disney. Ci portò in un universo mitologico e sovversivo. Poi l'avranno bollato come reazionario, ma concepiva un mondo dove i rapporti personali erano sconvolti e liberi. Fu il primo a realizzare per noi bambini-lettori il sogno dell'abolizione dei genitori (a cui aderiranno poi tutti: non si vedono i parenti dei Peanuts, i supereroi sono regolarmente orfani). Si spinse più in là: cancellò l'istituzione matrimoniale continuando a rimandare Topolino e Paperino a dormire a casa loro. Se non li rese più avventurosi di così nel privato, fu perché i tempi non erano pronti (ma lui sì). Noi leggevamo prima perplessi poi affascinati e scoprivamo, allora sì, che "un altro mondo è possibile". La fantasia al potere poteva voler dire, in fondo, che "la città del sole" si chiamava Topolinia, dove la giustizia trionfava, l'amicizia non era tradita mai e non esistevano vincoli che non fossero scritti nell'anima. Poi, crescendo, ci è sembrato tutto troppo semplice. Per far trionfare la giustizia, per realizzare un altro mondo bisognava avere qualcosa di più: essere speciali. In anni di confusione adolescenziale mischiavamo il superuomo di Nietzsche con i supereroi della Marvel. Comune era l'intento di superare il limite segnato per convenzione e (susseguente) castrazione. Che poi a consentirlo intervenisse un raggio mal diretto durante un esperimento chimico o qualunque altra diavoleria era solo un necessario espediente. L'Uomo Ragno e gli altri venivano a dirci che "un altro uomo è possibile" e abita dentro di noi. Anni più tardi un grande regista chiamato Night Shyamalan ci racconterà la stessa parabola mostrandoci la difficoltà dell'ascesa da essere ordinario a straordinario (ma il percorso è già scritto) in un film intitolato Unbreakable e Hollywood banalizzerà il messaggio con Spiderman 2. Nel frattempo altri fumetti ci avevano insegnato altre lezioni. Non solo i superuomini erano in noi, ma anche i mostri che questi combattevano. Un indagatore dell'incubo chiamato Dylan Dog era sceso in inferi popolati da creature spaventose per accorgersi che di non essersi mai allontanato dai confini della psiche umana, che l'orrore è anche quotidiano: è nel capufficio autoritario, nel genitore che abusa dei figli, nel vicino di casa che coltiva manìe. La metamorfosi da uomo a mostro è possibile per ciascuno, come quella da uomo a superuomo, solo che la prima è più facile. Quando leggeremo le biografie di spietati terroristi e scopriremo che anni prima si lanciavano in disperate (e perfino ridicole) manifestazioni d'amore per sdegnose dottoresse o soffrivano per l'esclusione da un ballo riconosceremo una traccia già nota. Noi siamo cresciuti e il fumetto è cresciuto con noi, diventando espressione matura e compiuta. Affida alle strisce il colpo di genio, l'intuizione del presente immutabile della razza umana. Trova, con la graphic novel, il passo lungo della narrazione che sta al passo con la letteratura e il cinema contemporaneo, addirittura li nutre (Road to perdition, film di Sam Mendes) o ispira (Kavalier & Clay, romanzo di Michael Chabon). Alcuni eroi invecchiano, accettando la maledizione del tempo anche nel loro mondo e la generazione traghettata da Disney a Bilal assiste all'incursione dell'attuale nel fantastico. Il sangue di troppe Sarajevo cola sulle tavole a disegni e il nuovo mondo possibile dà appuntamento alla data dell'ultima graphic novel di Bilal: 32 dicembre.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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