L´attentato nel Sinai spezza una tregua interessata, colpisce un doppio bersaglio e fornisce un ulteriore indizio sull´attuale vertice di Al Qaeda. Procediamo con ordine.

La tregua spezzata.
Dopo la guerra del ‘72 il Sinai è tornato sotto il dominio egiziano. Nella costa settentrionale, poco oltre il confine, si è registrata da allora l´unica presenza di turismo israeliano in tutta l´area. Sono stati in realtà proprio gli israeliani, negli anni della loro sovranità, a sviluppare le prime strutture. Da Taba a Nuweiba, da Dahab fino quella Sharm che è poi diventata meta di massa, sede di summit e residenza part time del raìs egiziano Mubarak. Sono stati loro, da ospiti, a versare soldi nelle casse dei primi alberghi e, soprattutto, dei campi beduini allestiti con molta paglia e tanti tappeti, sulle rive del Mar Rosso. Lì, erano soliti commentare, si sentivano come a casa. Più o meno. Era una strana convivenza, guardata con gli occhi di un osservatore neutrale.
Al Cairo non ci sono ebrei se non quelli che lavorano nell´ambasciata blindata. Ad Alessandria la sinagoga è frequentata da una dozzina di pie donne che le guardie egiziane conoscono per nome e per abitudini. Un israeliano in Egitto è una specie rara e, benché esista un trattato di pace, a rischio di estinzione. Sulle cartine geografiche appese nelle scuole oltre il Sinai c´è un vuoto. Sui giornali e nei discorsi non esiste uno Stato, ma qualcosa chiamato "entità sionista". Un´amica che, nell´anno in cui ho vissuto al Cairo, venne a trovarmi da Tel Aviv, mostrò alla frontiera un passaporto americano e disse al portiere del palazzo e a chiunque incontrassimo di essere spagnola.
A Taba, Nuweiba e Dahab, invece, conoscevano gli israeliani e ci convivevano. Non per amore, per soldi. Lì si fanno vacanze di sole, immersioni nel mare e deserto. Piacciono ai subacquei e ai gruppi vacanze venuti dall´innominata Gerusalemme. Fino al 2000 sono stati loro ad alimentare l´economia locale. Poi è scoppiata la seconda intifada e il flusso è drammaticamente rallentato. A bloccarlo, una conversazione al tramonto tra due giovani. Lui, egiziano di città, credeva di aver trovato un amico che parlava la sua lingua e conosceva la pesca. "Di dove sei?", gli chiese. Quando quello rispose: "Israele", gli piantò l´arpione al torace. "Peccato", commentò raccontandomi l´episodio Said, gestore del camping "Blue Bus" a Tarabin, dove è esplosa una delle bombe di giovedì. "Peccato - aggiunse - perché senza di loro non guadagniamo. Sono ottimi clienti. Vengono qui con i rotoli di dollari nelle tasche, non si muovono, mangiano, mangiano, fino a cinque volte al giorno. E più mangiano più pagano", diceva imitando la gestualità di quella che gli pareva una specie anomala.
Anche nei grandi alberghi sorti sotto l´Hilton bersagliato dall´autobomba gli israeliani erano oggetto di attenzioni particolari. La volta in cui arrivai con un gruppo di loro al Radisson, il manager mi offrì una suite come segno di stima per la mia "diversità". Era strana, Taba: vedevi gente a bordo piscina leggere giornali scritti in ebraico e camerieri arabi che li servivano con evidenti, trattenute emozioni. Alla fine, bene così, decideva l´interesse economico. Ma quello di Al Qaeda è, ovviamente, differente.

Il doppio bersaglio.
Con l´attentato di giovedì la rete terroristica ottiene più di un risultato con una unica operazione. Causa a Israele lacrime e sangue. Con questo si conquista l´ammirazione dei palestinesi e di gran parte degli arabi. Mentre Hamas è in ginocchio, scende in campo direttamente Al Qaeda, la cui firma è evidente quanto lo fu a Madrid. A lungo, nei discorsi e negli scritti dei suoi vertici, la lotta a Israele in appoggio ai palestinesi era stata un vuoto slogan. Ora si dà concretezza. Ma sarebbe sbagliato pensare che questo fosse l´unico obiettivo. Probabilmente non è neppure il primo. Da ieri migliaia di turisti lasciano le coste del Sinai. Sulle agenzie di viaggi piovono disdette. Lo stesso accadde per le crociere sul Nilo dopo l´attentato a Luxor nel 1996. Da allora l´Egitto era diventato inattaccabile per il fondamentalismo. Il regime di Mubarak, colpito al portafoglio, aveva reagito con estrema durezza, applicando le leggi speciali, mandando l´esercito nel sud, arrestando e condannando a morte. Da allora, l´Egitto era diventato il Paese più sicuro dell´area. Il Sinai, in particolare, era stato militarizzato: posti di blocco sulla strada, informatori della polizia segreta in tutti gli hotel.
Portare tre autobombe lungo l´unica strada possibile, pattugliata da decine di militari ha un significato: le forse di sicurezza sono state infiltrate. Facendolo si è assestato un colpo letale alla già precaria economia di un Paese che al turismo in ripresa si stava aggrappando. Senza la sua migliore risorsa l´Egitto rischierebbe un tracollo, accenderebbe la miccia di una polveriera composta da 70 milioni di persone disperate. Questo è chiaro a chi ha progettato l´assalto e per quest´uomo c´è un solo nome.

La mente dell´attacco.
Il dottor Ayman Al Zawahiri fu condannato perché parte dell´organizzazione fondamentalista che progettò l´omicidio del presidente Sadat, ucciso accanto al suo successore Mubarak. Fu, addirittura, il portavoce al processo di quel gruppo. Da sempre il suo obiettivo è il rovesciamento dei regimi secolari arabi che non applicano la sharia, la legge islamica. A cominciare, ovviamente, da quello del suo Paese. Quando, dopo la scarcerazione e i viaggi in Afghanistan, decise la fusione tra il suo movimento e quello di Osama Bin Laden, accettò la strategia dell´altro, che deteneva il blocchetto di assegni, sottoscrivendo l´appello al jihad planetario contro l´Occidente. L´operazione Sinai, che mette in difficoltà Mubarak proprio mentre si avvicina la scadenza del suo mandato e la probabile proposta di riconferma plebiscitaria, porta la firma di Al Zawahiri. E ci conferma un sospetto già suscitato dai video in cui Bin Laden non compare da tempo e il suo (ex?) vice dà la linea (presto seguita) e onora chi è morto per la causa: nel network di Al Qaeda qualcosa al vertice sta cambiando e rendersene conto è indispensabile per non farsi cogliere, una volta di più, impreparati quando altre tregue si spezzeranno, nuovi bersagli saranno mirati.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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