La maggioranza degli arabi non solo si aspetta, ma addirittura spera, che Bush resti in carica. L'impressione contraria si è alimentata da luoghi comuni e inchieste mal congegnate. "Lei voterebbe per Bush o per Kerry?" è stato chiesto a un limitato campione per il quale l'idea di voto, alternativa, ricambio democratico sono misteri o eresie. Come andare a Riad durante il Ramadan e chiedere: "Con la carne di maiale lei preferisce un vino bianco o rosso?". Vale, invece, quel che si avverte nei discorsi non ufficiali e trapela in qualche analisi sui quotidiani. E qui Bush vince: tra la gente, tra i fondamentalisti, tra gli intellettuali e tra i leader al potere. La gente, anzitutto. Detesta Bush, certo. Ha invaso l'Iraq e, si dice, dato carta bianca a Israele. Eppure, si preferisce che resti. Prima ancora, si fa fatica a immaginare che possa andarsene. Da queste parti un raìs dura quattro anni solo in caso di morte prematura. Che se ne sia andato anzitempo Bush padre è un ricordo sbiadito e improbabile. Nei Paesi arabi un raìs non se ne va così. Esce di scena nel sangue o nel disonore. Viene deposto o umiliato. Qualche volta ammazzato. Non si dà che passi le consegne davanti alla fanfara e vada a costruirsi una biblioteca. E questo è ancor meno accettabile nel caso di Bush. Soprattutto da quando ha messo piede nella trappola irachena e si è ferito. Questo, animalescamente, la gente avverte: l'odore del sangue. Non è più così credulona come al tempo dei ridicoli comunicati del ministro dell'informazione irachena che annunciava la prossima caduta dell'impero americano, ma non rinuncia a immaginare utopie alimentate questa volta anche dall'Occidente: "il nuovo Vietnam". "Con l'agile speme precorre l'evento" e immagina, per Bush, quattro anni di guai. Rifilarli a Kerry non darebbe la stessa soddisfazione. A rimpiangere Bush sarebbero sicuramente i fondamentalisti, i reclutatori di kamikaze: è stato il testimonial da loro più usato, dopo il dio che invocano a sproposito. Per infiammare gli animi al jihad, con Bush basta la parola, con Kerry occorrerebbe rifare un discorso. Più sorprendente è che alle stesse conclusioni giungano, ragionando, l'intellighenzia e la classe dirigente araba. Una premessa: quasi ogni tesi di queste categorie si basa su dietrologie o teorie del complotto. In questo caso, qualcuno evoca la teoria dell'affrancamento. Non dovendo più essere rieletto, si dice, Bush non avrebbe necessità di garantirsi il sostegno della cosiddetta lobby ebraica e diventerebbe più conciliante con gli arabi. Anche lui verrebbe sedotto dall'illusione di passare alla storia come il pacificatore del Medio Oriente, aprendo spiragli fin qui sigillati dai suoi consiglieri neoconservatori. Più che un'ipotesi, un desiderio. Con Kerry, paradossalmente, si temono rischi maggiori. Li riassume un editoriale dell'analista politico palestinese Omar Barghouti sul giornale libanese ‟Daily Star”: "Kerry è un Bush annacquato. Ma una versione annacquata dell'impero resta impero. Anzi è peggio: nella sua più gradevole confezione risulta più attraente e può durare più a lungo". Quanto ai dissidenti, la loro paura è che, se la pressione sull'area si allentasse, i raìs cancellerebbero le poche concessioni che hanno malvolentieri fatto. Ma è proprio tra loro, tra i rais, che Bush raccoglie più (inespressi) favori. Anzitutto perché la rimozione decisa dalle urne è un fenomeno che nessuno di loro sa né vuol concepire. Poi, con Bush e il suo clan hanno avviato, dietro le quinte, un fertile rapporto. Resta memorabile l'immagine (mai mostrata nei Paesi arabi) del carrello da golf sul quale salirono per andare alla conferenza stampa del summit di Sharm nel 2003: Bush alla guida e tre raìs compostamente seduti nel disneyano veicolo. Senza arrivare ai confusi eccessi polemici di Michael Moore: togli Bush e i despoti sauditi si sentiranno più soli al mondo. Dove lo trovano un altro Colin Powell pronto a dire che "in Arabia Saudita esiste libertà di culto religioso"? Ne soffrirebbero anche gli altri signori del Golfo e perfino le nomenklature di Damasco e del Cairo. Perché con Bush e soci hanno imparato a trattare. Sanno che cosa vogliono. Conoscono la psicologia dei Rumsfeld: possono essere e sono stati ieri nemici, oggi amici. Basta non essere rigidi come (l'ex amico) Saddam Hussein. È quel che si meriterebbero: altri quattro anni di Bush per poi, nel 2008, vedere la faccia che farebbero, costretti nel carrellino del golf con la madre di tutte le nemesi, la donna presidente, la democratica Hillary Clinton.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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