"Scusi, ma lei quanti soldi ha?" chiese il giornalista. "Intende all'inizio o alla fine della sua domanda?", replicò Rafic Hariri, noto anche come il Berlusconi del Medio Oriente. Tra loro le differenze sono essenzialmente due. Hariri ha una cosa in più: un paio di baffi di occhettiana memoria capaci di irradiare "sconcia allegria". E, da tre giorni, una in meno: il potere. Si è dimesso dalla carica di primo ministro e ha iniziato, anche lui, una "traversata del deserto". La seconda dopo quella che, in perfetta sincronia, compì alla fine degli Anni Novanta (1998-2000). Ora come allora, a indurlo a uscire di scena è l'impossibile coabitazione con il capo dello Stato, il cristiano Emile Lahoud. Se ne andò quando l'altro fu eletto, riparte ora che il suo mandato è stato esteso di altri tre anni, modificando la Costituzione per compiacere il governo siriano. Irresistibile la sua ascesa, ancora indecifrabile la gravità della sua caduta, evidenti nel suo percorso le similutudini con il "gemello separato alla nascita". Quella di Hariri avviene nel 1944, nella provincia di Sidone, da famiglia sunnita di modesti agricoltori, del che va fiero. A 18 anni, come molti, emigra in Arabia Saudita e svolge lavori prima umili, poi avventurosi, infine redditizi. Entra nell'edilizia e sale in cima. Leggenda vuole che ci arrivi barattando una donna per un contratto: lascia un fiore del deserto, uno dei Saud lo coglie, Hariri ottiene un appalto miliardario. Certo è che rispetta sempre il budget e consegna in tempo record. Fonda la Oger, con sede a Parigi, dove ha un amico potente: Jacques Chirac. Alla fine della guerra civile torna in Libano e scende in campo in due settori: comunicazione e politica. Possiede "Future Tv", l'emittente "Radio Orient", il quotidiano "Al Mustaqbal". Da quelli sospinto si assicura la più alta carica concessa a un sunnita: la presidenza del consiglio. Crea il consorizo Solidere che ricostruisce il centro storico. Dalle macerie a IslamDisney, ma ora sta in piedi. Gli ex proprietari lo accusano di speculazione. Il lungomare diventa un cantiere e le schegge di cristallo che sorgono hanno appartamenti extralarge che solo gli sceicchi sauditi possono permettersi. Il Libano conosce una crisi economica, la corruzione dilaga, diventa presidente Lahoud. è il '98: Hariri è indotto a farsi da parte. Nel 2000 ritorna come salvatore della patria. Salva se stesso. Mentre era via si è occupato di un progetto di costruzione a Washington: la casa più grande d'America, al cui confronto quella Bianca sembrerà una dependance. La camera da letto misura quanto un campo di calcio. "Come ci arriva in bagno, di notte?", chiede un giornalista all'architetto. Quello risponde: "Non gli metta il dubbio o ci fa costruire un ascensore per il bagno del piano superiore". Costo previsto: 45 milioni di dollari. Hariri ne guadagna 4 miliardi l'anno. Entra nella classifica di ‟Forbes” e con il portafoglio di chi è lì per restare. Affida la Oger al figlio Saad, 33 anni, coda di cavallo, barba e sigaro, nato in Arabia Saudita e uso a viaggiare con il jet personale dall'infanzia. Mentre il padre si scontra con il presidente, fa strappi alle regole per lasciar costruire la moschea più grande di Beirut, non riesce a ridurre le tasse mentre crollano i redditi e il potere d'acquisto, Saad si diverte con il cellulare, facendo accordi per la telefonia mobile in Africa e nell'Europa dell'Est. Incombe in Libano la privatizzazione del settore, Hariri promette che "non favorirà nessuno". Non viene creduto. Come Berlusconi, suscita in molti oppositori ossessione e inedita ferocia. Una cortese signora della borghesia di Beirut, candidata per l'opposizione cristiana, parlandone fa seguire ogni volta al suo nome un rituale "possa cadere da una roccia e rimbalzare più volte". Lui risponde con gentilezza estrema. Una sera la sua auto ha sfregiato quella di un oppositore, parcheggiata in rue Monot. Un attimo dopo l'uomo, seduto nel proprio ristorante, ha ricevuto una telefonata con cui il primo ministro si scusava e insisteva per pagare i danni, benchè irrilevanti. Ancor più gentile con l'autista stesso, che aveva emesso assegni per centinaia di migliaia di dollari con il libretto di sua moglie: non l'ha mai denunciato. "Per evitare inchieste sui suoi depositi bancari", dicono i nemici, pronti a colpirlo anche ora che esce di scena, temendo che sia una mossa per assicurarsi un secondo ritorno, da posizioni di forza, magari fra tre anni, quando Lahoud non sarà (meglio: non dovrebbe essere) prorogabile. L'errore che paga è stato aver fatto appello alla Francia contro i siriani, provocando la risoluzione Onu marcata Chirac (la firma degli Usa è un atto dovuto). Le sue attuali difficoltà suscitano entusiasmi degni di miglior causa. Chiunque lo sostituisca nel breve periodo, per il futuro il suo rivale è Walid Bin Talal, saudita d'origine, che ha investito miliardi a Sidone per minargli la terra sotto i piedi e ha espresso pieno appoggio a Lahoud. Lui non assomiglia a Berlusconi. Ne è socio.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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