Il gioco più antico, il primo che ho avuto, è stato anche il più bello, e non ce l’avrò mai più. Perché è così che va la vita in ogni cosa che conta un po’. .
Girava in un remoto Commodore 64 e frullava le parole di un suo vocabolario interiore per farci aiku. Già, faceva poesie quel giochino, i doppi distici della nobile tradizione popolare giapponese. Una macchinetta per poetare! Io ci mettevo due parole -una per le cose del mondo, una per le cose dell’anima, secondo l’antico schema- e lui sputava fuori un bell’aiku nuovo di zecca. Non dovevano esserci molte parole dentro a quel dischetto –il flaccido floppy di una volta, quello foderato di cartoncino- ma quante fossero, venivano sempre fuori bene. E più le mie due scelte erano banali, più l’aiku veniva esotico, conturbante. Si permetteva grandi libertà con le parole quel gioco, più di quante osi di media un poeta qualunque. A me, che poeta nemmeno lo ero, mi sembrava di aver scoperto l’America. In tempi in cui era ancora in discussione l’attribuzione di moti dell’anima a una macchina computatrice, quei delicati, spirituali aiku mi insufflavano sospetti di divino; che Iddio mi perdoni.
Le sue potenzialità erano enormi. Lo mettevo sotto pressione per ogni evenienza: compleanni, matrimoni, liti, adescamenti, corteggiamenti evoluti, rappacificazioni, gite sociali, reintroducendo l’antico e virile costume della poesia d’occasione in tutto il circondario. Finché la pacchia è durata, fino a quando non ho ceduto il Commodore per ‟soluzioni più serie”, ne avevo per le tasche sempre un paio per ogni evenienza, avessi incontrato una ragazza, avessi trovato a litigare i miei vicini. Ho fatto fortuna con i miei aiku, quasi una posizione. Dico miei, perché lo erano miei; non c’è discussione. Non ho mai pensato che ci fosse una questione di autore tra me e la mia macchina. Per quanto mi riguarda sono ancora convinto che ci sia creatività sufficiente ad appagare chiunque anche nel gesto di un clic. Chiedetelo al Primo che ha acceso la luce.
Non ci sono stati più aiku dal Commodore del 1984. Peccato: potrei farci ancora un sacco di bene, visto che la poesia giapponese non ha ancora preso piede tra le masse del mio circondario.
Help!! So che c’è chi raccoglie software di antiquariato e chi lo ricodifica per le moderne macchine. Non è che si potrebbe… Nella rete ancora non l’ho trovato.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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