In un tempo di imperdonabili errori si scelgono, anche, gli eroi, gli amici e i nemici sbagliati. Così, sotto un cielo grigio tempesta, Beirut seppellisce il grande affarista Rafiq Hariri come un martire della nazione. Lo scortano alla fossa affranti alleati dell’ultimo momento. E se il mandante dell’omicidio sta, come grida la folla, a Damasco, si prendono a sassate immigrati siriani. Alla stessa ora in cui l’ex premier fu ucciso, il feretro cala nella terra sotto la Moschea Grande. Lo accompagnano una preghiera e un tumulto. Non riposerà in pace. Il suo funerale è stato, in realtà, la più grande manifestazione contro la Siria mai tenuta in Libano. In quella stessa piazza dei Martiri nella quale è arrivato il corteo ne viene indetta una ogni mese: partecipano quindici studenti, la polizia li legna, li scheda e comanda loro di non nominare il nome di Damasco invano. Ieri in duecentomila hanno urlato: "Fuori la Siria!", "Assad, ritira i tuoi cani" e "Bashar, Bashar, il sangue sunnita ricadrà su di te". Per ora, a pagare, sono poveracci siriani venuti in Libano per lavorare e rimpatriati ieri mattina in gran fretta su autobus stracarichi. Alla stessa ora, altri pullman provenienti da tutto il Paese scaricano passeggeri dal volto triste nelle strade intorno alla casa-castello che fu di Rafic Hariri. All’alba, dall’ospedale americano sono stati riconsegnati alla famiglia i trascurabili resti. Il passeggero che condivide con me il taxi collettivo verso il luogo della cerimonia mi mostra un video registrato sul suo cellulare cinque minuti dopo l’esplosione. Si vede un corpo carbonizzato accanto a una vettura, le braccia sono pure fiamme: "Hariri", dice premendo il pulsante pausa. Lo stesso nome è sulla bocca della folla radunata nelle strade. Il feretro viene caricato su un’ambulanza. Seguono altre sei, con i resti delle guardie del corpo. I due figli maggiori, Baha e Saad, aprono il corteo. Dalle finestre volano rose e chicchi di riso. È, da subito, uno strano funerale. Benché musulmano, è ammessa la partecipazione femminile. Benché di un politico, non ci sono autorità di Stato, respinte con la definizione "assassini". Il presidente Lahoud e il premier Karame sono rimasti a casa. Il vicepresidente siriano Khaddam è andato alla moschea prima dell’arrivo della folla. Il presidente francese Chirac atterrerà nel pomeriggio. è una celebrazione popolare per un uomo che la morte, molto più che la vita, ha avvicinato al popolo. Ci sono migliaia di drusi, con i loro gonfi pantaloni neri e il loro cappello bianco, scesi in massa dalle montagne dello Chouf non perché amassero Hariri, ma perché così ha ordinato il loro leader, Walid Jumblatt. E Jumblatt stesso cammina in prima fila, un passo di cordoglio e uno d’orgoglio, a tutti dicendo: "Io potrei essere il prossimo". Ci sono sei chilometri da fare per arrivare alla Moschea Grande. Dopo i primi tre la gente reclama il corpo di Hariri. Lo estraggono dal sarcofago dell’ambulanza, avvolto nella bandiera libanese, lo caricano sulle spalle, avanzano ondeggiando. Non era Arafat e questa non è Ramallah, ma se là c’era disperazione, qui rabbia ed è ancora più pericolosa. Il figlio Baha, che sognava di fare l’imprenditore ed erediterà invece l’amaro calice della politica, è costretto a salire sul tetto dell’ambulanza per cercare di mantenere l’ordine. Grida: "State lontani! Lontani dal corpo! Il suo addio non deve essere così!". Si sgola fino allo svenimento, lo rianimano i paramedici all’interno del veicolo. La folla lo acclama. Pretende un nuovo leader, un altro che, come tutti, abbia il marchio di garanzia del martirio in famiglia. Rafic Hariri, anche in questo, aveva rotto gli schemi. La sua fine è, a tutti gli effetti, quella di un esperimento lontano dalle tradizioni, dalle tribù e dalla violenza: più contratti e meno proiettili. Chi l’ha interrotto crede che solo con le armi e la paura si possa controllare un popolo. "Ascolta bene, ascolta bene: è la Siria che fa terrorismo", urla la folla attraversando il centro di Beirut. Chiunque abbia ucciso Hariri ha ottenuto un effetto inedito: ha scatenato la comunità religiosa sunnita contro la Siria. Gli slogan religiosi si mescolano a quelli nazionalisti: è una miscela esplosiva, ma stavolta la miccia corre a Damasco. E i teorici del complotto ne traggono motivo per concludere: giova a Israele, quindi è stato il Mossad. Non è la tesi di chi conduce il feretro a destinazione. Lo attendono i dignitari schierati per l’ultimo omaggio e una fossa rettangolare sotto il porticato esterno della moschea ancora in costruzione. Ci sono scavi ovunque nel centro della città. Enormi gru osservano dall’alto la scena dell’interramento di chi le ha fatte sollevare. Tutti quei cantieri sono la pericolante eredità di Hariri. Tutti quei sotterranei sono stati lo strumento per eseguire la sua condanna. Contrariamente alla versione ufficiale del guidatore kamikaze, quella che tutti gli esperti seri sostengono è la teoria dell’esplosivo piazzato sotto il manto stradale percorrendo i cunicoli neppur tanto segreti del centro di Beirut. Un architetto che ha progettato molti dei palazzi della ricostruzione me ne ha garantito l’esistenza, spiegato la dimensione e ha quantificato la fattibilità dell’operazione: sarebbero bastati una dozzina di viaggi effettuati nella notte con il carico esplosivo. Uno degli imbocchi si trova proprio accanto alla Moschea Grande voluta da Hariri e nella quale ora giace. Continuando a sostenere tesi improbabili, accusando gruppuscoli di fanatici capaci tuttalpiù di fare qualche botto in un campo profughi, il governo libanese sta replicando lo sventurato errore di Aznar quando, dopo gli attentati di Madrid, diede la colpa all’Eta mentre era evidente la mano di Al Qaeda. Ci fossero le elezioni domani l’opposizione rischierebbe, come Zapatero, di vincerle. Da qui a maggio, molte cose possono cambiare. Altre vie sotterranee potranno essere percorse. Alla luce del sole si afferma che la lista dei bersagli non è finita con Hariri. Molti invocano il martirio come legittimazione della propria causa, il rischio è che l’ottengano.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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