Alle sette della sera nell´arena politica di Beirut cade infilzato il governo fantoccio e bugiardo. Ma la vera notizia è che, contro ogni arrogante sottovalutazione, a dispetto del facile scetticismo, il matador che l´abbatte è la folla. È lo spontaneo movimento popolare che dal giorno dell´omicidio dell´ex primo ministro Hariri si raduna in forme sempre diverse, inventa o adotta slogan nuovi e scopre sorprendenti portabandiera. Poi, certo, ci sono la situazione internazionale e la straordinaria vocazione al suicidio dei dimissionari.
Ma nulla di tutto questo sarebbe accaduto senza quei ragazzi che hanno dormito ogni notte a Piazza dei Martiri, senza quelle donne con la fascia biancorossa legata alla borsetta di Dior, senza quei manager che hanno pensato che, perché no, una rivoluzione si può anche fare con il marketing e si sono messi al tavolo, ma poi anche in strada per dimostrarlo, senza quelle migliaia di sms, fiori, candele, bibbie e corani. E senza la decisiva e sorprendente spallata che ieri ha decretato l´esistenza nel calendario della storia di una primavera libanese, confusa come ogni stagione nuova, incerta, come lo sono tutte in questa epoca di trasformazioni.
Il giorno della spallata arriva senza preavviso. La vigilia del dibattito parlamentare aveva lasciato poco spazio alla speranza di abbattere davvero il governo filosiriano. Sabato mattina, nel castello di famiglia, Walid Jumblatt faceva calcoli con i suoi alleati e scuoteva la testa: "Non abbiamo i numeri", concludeva. Mostrava le cifre: "Siamo 46, forse 49. Se si astenessero i rappresentanti di Hezbollah sarebbe un bel segnale, ma non cambierebbe la sostanza". Sbagliava, perché contava i numeri piccoli e ormai destituiti di senso: quelli dei parlamentari in un´assemblea svuotata. I numeri veri erano altri. Erano diecimila ragazzi che, saputo del blocco in preparazione intorno alla città, decidevano di dormire in quella che era ormai la loro piazza. Erano cinquantamila che si mettevano in marcia all´alba da tutto il Libano per venire a Beirut a dimostrare nel giorno di sciopero indetto contro il governo e le sue menzogne. Nella risposta del potere c´era la dimostrazione di tutta la sua incapacità. Prima indiceva un contro-corteo in appoggio a se stesso e alla Siria. Poi, all´alba, si rendeva conto che vi avrebbero partecipato cento scagnozzi a pagamento e il confronto sarebbe stato mortificante. Decideva allora di impedire tutte le manifestazioni e il ministro dell´Interno includeva tra i luoghi proibiti anche la piazza già occupata. Parola d´ordine: sgomberare. Portavoce ed esecutore: l´esercito. Ma un esercito è fatto di uomini in divisa, che hanno orecchie e memoria. Uomini che avevano sentito il premier Omar Karami dire che sarebbero stati inadeguati a riempire il vuoto lasciato da un eventuale ritiro siriano. E che, nel giorno della spallata, ascoltavano invece gli studenti cantare: "I soldati sono i nostri fratelli, sono con noi, non contro di noi". Avrebbero dovuto disperderli, invece sono rimasti a guardarli. Poi, invece di serrare le fila, le hanno allentate e altri ragazzi sono passati e gli applausi si sono levati e i maxischermi sono stati montati. Mostravano il luogo dell´attentato e la folla che si radunava, la tomba di Hariri e la gente che ci piangeva su e, per contrasto, il centro deserto, blindato, attraversato soltanto dai deputati diretti al Parlamento. Da una parte carne, dall´altra ombre. Mostravano, soprattutto, il significativo montaggio di immagini preparate dalla televisione Lbc. Prima: la piazza Tienammen a Pechino, il ragazzo che ferma il carro armato. Poi: la marea arancione dell´insurrezione in Ucraina. Infine: piazza dei Martiri, le ragazze con la bandiera tatuata sulle guance che gridano: "Fuori la Siria, a casa i suoi cani".
Le barriere di cemento messe nella notte a nord di Beirut per fermare l´afflusso dai villaggi cristiani e a est per bloccare i drusi sbarravano la strada a decine di pullman e auto. I passeggeri scendevano infuriati e bruciavano le gomme di scorta. Il fumo che si levava era un segnale di solidarietà per chi stava nel recinto.
Alle dieci una figura velata oltrepassava i blocchi e si dirigeva alla tomba coperta di rose. Si chinava in preghiera, recitava amplificati versi del Corano, poi sollevava il nero sipario e mostrava il volto rigato di lacrime. Un lungo silenzio, poi l´ovazione abbracciava Bahia Hariri, sorella della vittima. Più tardi, in Parlamento ne raccoglierà un´altra, accusando il governo per l´assassinio del fratello. E a sera una catena di sms proporrà una raccolta di firme per farne la prima donna premier del mondo arabo.
Ci sono stati altri parlamentari coraggiosi nel giorno della spallata. Uno era Walid Ido, capo del partito che fu di Hariri, che entrando in parlamento profetizzava: "Questo governo è un cadavere in decomposizione". Un altro era Marwan Hamade, scampato a un´autobomba a ottobre, che si alzava sulle gambe ancora malferme e guardava i banchi del governo, poi sarcastico diceva: "Non vedo ministri, oggi. Non esistono più. Quel che mi auguro è che facciano tutti la fine di Milosevic". E, ancora, Nayla Moawad, che voleva candidarsi alla presidenza prima che la Siria imponesse la proroga di Lahoud, e usciva in strada con un megafono, andava davanti alla folla, saliva su terrapieno e gridava: "Tre ministri si sono dimessi!". Le rispondeva un boato. Poi i tre smentivano, ma non contava: davvero non esistevano più.
Il governo aveva i numeri, ma anche le finestre ai suoi palazzi. E vedeva la folla. E la stava vedendo da due settimane, giorno dopo giorno, quando molti pensavano che gli studenti si sarebbero rimessi a studiare per gli esami e le signore a fare shopping e che non avendo il supporto il Hezbollah, il partito di Dio, non ne avrebbero avuto la sacrosanta costanza. L´opposizione che sabato faceva calcoli, finalmente decideva di seguire l´istinto lasciava l´aula, questa sì sorda e grigia. Il governo in decomposizione annusava l´odore del proprio destino e, infine, lo accettava. Omar Karami andava al microfono emozionato e con voce rotta rassegnava le dimissioni "per non intralciare le indagini sull´omicidio di Hariri", attività nella quale il suo esecutivo si era fin qui distinto additando false piste e capri espiatori come il presunto e impossibile kamikaze al volante.
La notizia correva per le strade generando una ola di entusiasmo che mai Beirut, non esattamente città della gioia, aveva saputo regalarsi. Con passo trionfale avanzava Walid Jumblatt e proclamava: "Adesso andiamo avanti". Per la prima volta, forse da anni, il movimento convulso del piede che lo connota aveva un attimo di pace. Con senso della realtà diceva anche: "La gente ha vinto, ma adesso bisogna formare un governo che traghetti il Paese fino alle elezioni di maggio". E, avvertiva: "Eviti rotture scioviniste con la Siria". Chiameranno presumibilmente un gruppo di "tecnici", magistrati ed economisti, che si impegnino a gestire l´emergenza e non candidarsi a maggio. Da qui ad allora molte cose succederanno ancora. Già ieri sera i primi disordini: a Tripoli, città natale del premier dimissionario, un corteo di manifestanti in suo favore si scontrava con la polizia e uno di loro rimaneva ucciso. Può essere l´inizio di un´escalation. Sotto pressione, la Siria reagirà. Le sue truppe non potranno essere "ridispiegate" all´infinito. Alla primavera, se i calendari ancora hanno valore, segue di solito una calda estate. Ma chi da due settimane scende in piazza non voleva rassegnarsi all´inverno del proprio scontento.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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