I ragazzi di Piazza dei Martiri a Beirut sono cresciuti in fretta, diventando in sole due settimane un soggetto politico capace di determinare la caduta di un governo e accendere, con l´esempio, la speranza in tutto il Medio Oriente. Adesso loro e la "rivoluzione dei cedri" di cui sono i portabandiera più credibili hanno davanti la sfida più grossa, quella della maturità. Devono aggiungere alla spontaneità la consapevolezza, darsi un progetto, trovare chi li rappresenti. Altrimenti rischiano di rimanere un, sia pur straordinario, episodio. Hanno una certezza e tre incognite. La certezza è quella di aver trovato un´anima, sorprendente e coraggiosa. Quel che generazioni di arabi non hanno mai saputo produrre fin qui è stato uno Ian Palach d´Oriente, un ragazzo che rovesciasse con un gesto audace e simbolico il tristo senso locale della parola "martire", incarnasse fino alla consunzione il senso di una disperazione dovuta alla mancanza di libertà e lanciasse un richiamo generazionale. A Beirut nessun giovane è morto per il diritto a protestare, ma questo non era garantito quando la contestazione è cominciata e il primo che ha piantato la tenda nella piazza ha accettato il rischio di esserne il prossimo martire. Poi, la gioiosa strategia delle rose ai militari e il distacco di parte dell´esercito dal regime ha evitato ogni scontro e dato fiducia al movimento. Ora però deve affrontare le tre incognite.
La prima: manca un tassello. È vero che la caratteristica più seducente e inedita di questa "primavera" libanese è stata la sua interconfessionalità: croci e mezzelune. Mancano però gli sciiti. Manca l´appoggio della loro milizia, Hezbollah, il partito di Dio. Dal funerale alle manifestazioni, la partecipazione sciita è stata quasi irrilevante, l´atteggiamento di Hezbollah, a dir poco, cauto. Per vincere il round contro il governo se ne poteva fare a meno. Ma se il risultato finale del match vuole essere la cacciata della Siria, no. Non è un caso che Walid Jumblatt continui a invocare l´adesione sciita e sia disposto a barattarla con la mancata sottoscrizione della seconda parte della risoluzione Onu, quella che chiede il disarmo di ogni milizia armata.
La seconda incognita: questo movimento non ha un credibile leader. Più in generale, manca una classe dirigente che possa prendere le redini del Libano. È un vuoto generazionale. Non esistono "splendidi quarantenni". Da un lato ci sono i sessantenni che hanno fatto la guerra e ne portano i segni, le irreparabili conseguenze. Hanno conosciuto il mestiere delle armi e imparato a risolvere i conflitti con il sangue. Il loro credito è una milizia. La loro agenda politica una vendetta. Questo li rende inadeguati. Proprio questo mina l´idea di quell´esperimento per altri versi dirompente che sarebbe affidare la carica di premier di un Paese arabo a una donna, se questa donna è Bahia Hariri, sorella dell´ennesima vittima, sognatrice dell´ennesima vendetta. Ma dall´altro lato ci sono i ventenni, passati direttamente dalla discoteca alla piazza, non ancora pronti per il Parlamento. In mezzo c´è una generazione di espatriati o di uomini cresciuti altrove durante la guerra e tornati senza illusioni né energie. Trovare eccezioni a questa regola è fondamentale, per non lasciare la guida politica del movimento in mano ai "soliti sospetti", che oggi si schierano in un modo, ieri lo fecero in quello opposto e domani, chissà.
La terza incognita: occorre un progetto preciso e ragionevole. Da qui a maggio ci sono due scadenze che determineranno il futuro del Libano. La prima è la consultazione elettorale. Manca ancora una legge che la regoli. E uno degli scogli che ne hanno impedito l´approvazione era la concessione del voto ai diciottenni. È ora evidente quanto e da che parte possano pesare e che interesse contrapposto ci sia a includerli o meno. Ma la seconda e più importante scadenza riguarda il negoziato con la Siria per il ritiro che era previsto già dall´accordo di Taif a fine guerra, seppur in maniera indeterminata, e che si vorrebbe contestuale al voto. Il motto del movimento è "Indipendenza 05", segna un obiettivo e una data. Molti pensano che sia un´illusione. E hanno buone ragioni: per la Siria il controllo del Libano è vitale non solo politicamente, ma anche economicamente. L´invasione dell´Iraq le ha sottratto la risorsa del commercio del petrolio sotto embargo. Poco altro le resta. E di quel poco gran parte è rappresentato dalla possibilità di mandare a lavorare in Libano un milione di persone, altrimenti disoccupate e inevitabilmente scontente, e da quella di percepire una commissione su tutti i commerci libanesi. È un interesse troppo alto perché la Siria possa farsi da parte, come il governo Karami, per effetto di una spallata. Occorre una pressione molto più forte e ragionata, dall´esterno come dall´interno.
Non sono incognite di poco conto, ma se dovessero essere risolte allora davvero questo esperimento di rivoluzione potrebbe non solo riuscire, ma diventare un gioioso contagio per tutta questa rassegnata parte di mondo, fin qui incapace di credere in un terreno impossibile.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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