‟Fuori la Siria” è lo slogan più gridato della ‟rivoluzione dei cedri”, il suo obiettivo finale. Ogni giorno Damasco annuncia nuove forme di "ridispiegamento", assicura ritiri "imminenti". Ma né gli slogan né le promesse hanno un volto. Sono andato a cercarlo, a vedere da vicino la faccia di questa Siria che dovrebbe andarsene "fuori dal Libano". E ne ho trovate due.
Entrambe sorprendenti.
Da giovedì scorso, con formule varie e spesso in contraddizione tra loro viene annunciata qualche forma di spostamento dei 14 mila soldati siriani sparsi sul territorio libanese. L´opposizione sospetta una manfrina e sostiene che dovrebbero comunque andarsene anche i servizi segreti che controllano il paese. Dove stanno questi militari e queste spie? Si stanno davvero muovendo o, almeno, preparando?
Un dispaccio dell´agenzia ‟France Press” sosteneva di aver notato spostamenti al sud, nei pressi della cittadina di Alaj. Ci arrivo e mi dicono che i campi dei siriani sono due. Ne scorgo uno da lontano. Dalla cima di un palazzo si vedono i militari fare ginnastica, dentro un circolo formato da copertoni tagliati. Al termine, ritornano alle loro baracche. Mi avvicino all´ingresso. Le sentinelle sono due ragazzi molto giovani. Non sono sbarbati.
Sotto la mimetica indossano maglioni di colore differente. Anche le scarpe sono diverse. Avete ricevuto l´ordine di prepararvi a partire? Scuotono la testa. Uno dice: "Non sappiamo niente, forse è l´altro campo che se ne va". Vado a verificare.
I ragazzi di guardia sono "fratelli" dei precedenti. Sono installati in edifici diroccati, distrutti dalla guerra civile. I prati intorno sono fangosi, gli alberi spogli. Come "invasori" non si sono concessi lussi. Anche loro non sanno niente, dicono. Aggiungono: "Forse è l´altro campo che smobilita". Ci sono i vostri ufficiali? Richiamati a Damasco per consultazioni.
Procedo verso Zahleh, dove, si dice, esiste una sede operativa dei temuti servizi siriani. Chiedo. Mi indicano un palazzo sul corso principale. Espone una bandiera libanese. Vada sul retro, specificano. E sul retro, accanto a un garage, c´è un parallelepipedo di cemento e vetri oscurati, puro stile soviet, sul quale è tatuata, sbiadita, la bandiera siriana. Chiedo di parlare con un responsabile, mi scortano al primo piano. I corridoi sono spogli.
Nell´ufficio ci sono tre ritratti di Assad padre e figli, una scrivania, un divano. Chi mi riceve telefona a un superiore e gli chiede di venire. Arriva un uomo che indossa una tuta da ginnastica in acrilico verde e ciabatte da piscina. L´interpretazione non è chiara: o i siriani sono ormai allo sbaraglio oppure si sentono irrimediabilmente a casa loro. Il superiore dice che per sapere bisogna rivolgersi al capo supremo, il generale Ghazale, l´uomo che Jumblatt accusa, senza prove, di aver fatto uccidere l´ex premier Hariri. Sta ad Anjar.
Quando sente la prossima destinazione l´autista libanese fa una smorfia. Anjar è un nome oscuro, una leggenda di dolore che nessuno in Libano evoca serenamente. Qui Hariri venne per consultazioni alla vigilia dell´estensione della presidenza Lahoud e delle sue dimissioni. Un cartolaio mi indica con qualche esitazione la strada per arrivare alla residenza del generale. Davanti a una palazzina bianca due uomini innaffiano il giardino. Con la destra reggono il tubo di plastica, con la sinistra una mitraglietta. La cartucciera li cinge al torace. Anche loro chiamano un superiore. Anche questo è in tuta e ciabatte. È serio in volto e deciso. Dice che il generale non c´è: è dovuto rientrare a Damasco. Secondo alcune voci: definitivamente. Ma lui aggiunge: torna domani.
L´autista è lieto di fare inversione a U e tornare a Beirut. I siriani lo mettono a disagio, tutti quanti. Anche quelli con l´altra faccia. Anche i lavoratori immigrati.
Adesso è diventato difficile trovare pure loro. Fino a una settimana fa quasi tutti i netturbini erano siriani. Ora, d´incanto, sono pachistani e cingalesi. Nelle decine di cantieri edili sul lungomare di Beirut erano siriani i manovali che alzavano le architravi. Molti lo sono ancora perché la manodopera locale pretende più soldi e più regole e non tutti i costruttori sono così patrioti. Perfino le mendicanti velate sedute agli angoli di Hamra Street sono sparite, per prudenza. Hanno fiutato l´aria, quell´ingrediente nazionalista nel cocktail di questo movimento popolare. A livello popolare non c´è mai stata molta distinzione tra le due facce della presenza siriana, tra i "superiori" e gli "ultimi".
Un operatore di ‟Future”, la televisione fondata da Hariri, mi racconta che gli altri condomini del suo palazzo gli hanno presentato una petizione per cacciare il portinaio. "Che cosa ha fatto, ha rubato?" ha chiesto. "È siriano", gli hanno risposto. Non ha firmato. Occorreva l´unanimità. Il portiere è ancora al suo posto. E la Siria in Libano, pure.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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