In un bar davanti all´Università americana il televisore era sintonizzato sulla Bbc e trasmetteva il "promo" del programma di Tim Sebastian "Hard Talk". Da un collage di affermazioni rilasciate nel corso di serrate interviste sbucava il segretario della Lega Araba, Amr Moussa, ripetendo un ritornello: "Voi pensate davvero che la democrazia possa arrivare con i B-52? O in groppa a un carrarmato?". Da un tavolo un gruppo di studenti libanesi sollevava la visiera dei cappellini Von Dutch e gli chiedeva di rimando: "E che cos´altro possiamo aspettare? Che ce la porti tu? O Babbo Natale?". Adesso quegli stessi ragazzi bivaccano in Piazza dei Martiri, sono la colonna vertebrale del movimento indipendentista, di quella che Chibli Mallat, professore di diritto alla Saint Joseph University, chiama "la quarta onda" della democrazia, dopo i sussulti registrati "in Ucraina, Togo, Egitto". Che cosa è successo in Libano tra il tempo della rassegnazione e quello della partecipazione? E, soprattutto, è tempo di chiedersi: che cosa resterà di questa primavera? Le risposte che si ottengono, osservando da vicino e conversando con alcuni dei più attenti analisti non sono affatto scontate. E, neppure, rassicuranti.

Quando dire "basta!".
Nessun popolo al mondo è frammentato quanto quello libanese: quattro milioni di persone, diciotto confessioni religiose, una miriade di partiti, fazioni, milizie, separate non solo da diversi interessi, ma da ferite e rancori lasciati dalla guerra civile. Un colpo inferto a una delle parti non generava mai una reazione unitaria, c´era sempre chi, per ripicca, se ne compiaceva. La Siria non ha avuto bisogno di "dividere" per "imperare" sul Libano, lo ha trovato già così. Questo deve aver dato la sensazione di poter davvero fare qualunque cosa: forzare la costituzione per estendere una presidenza e, eventualmente, eliminare dalla scena chi si fosse opposto. Il dottor Antoine Khabbaz, che all´Università americana è psicologo, offre un´interpretazione professionale di quel comportamento. "Se volete capire le motivazioni di quelle scelte dovete pensare a quel che scrive Bill Clinton nella sua biografia a proposito della relazione con Monica Lewinsky: l´ho fatto perché potevo. Loro, la stessa cosa". Pensavano di poterlo fare e, anche, di farla franca. In fondo, metà del Libano detestava Hariri (l´ex premier ucciso in un attentato il 14 febbraio). In un Paese con tanti esibizionisti, affaristi, arrivisti, quel che non gli perdonavano era, essenzialmente, di aver fatto più soldi di tutti. I giudizi più che critici e, addirittura, gli auguri nefasti che ho sentito per Hariri non hanno eguali per nessun politico al mondo. L´ultima cosa che mi sarei aspettato era di vedere quelle stesse persone che li avevano pronunciati con una candela in mano davanti al cratere dell´attentato. Di vederci le signore dell´alta borghesia cristiana, nell´ora in cui di solito erano sedute da "Tamaris", il ristorante di soli dolci di Alain Ducasse. Di trovarci gli studenti con i cappellini Von Dutch. E il mio amico avvocato Nadim, che voleva emigrare in Spagna perché "del Libano non gli fregava più niente". E Sami che mi aveva venduto una polizza assicurativa confessando: "Ti do una fregatura, in questo Paese non sei garantito contro niente, nulla verrà rimborsato, nessuno pagherà mai per qualunque cosa accada". E tutti quanti dicevano la stessa parola: Kefaya, basta. L´avete già sentita. L´hanno usata i dimostranti egiziani per dire "basta" alla quinta rielezione senza avversari del presidente Mubarak. La quarta onda partiva sulla scia della terza. Con la stessa parola d´ordine. Un caso? Solo per chi crede alla storia come forza indipendente da chi la fa. Alcuni fattori erano evidenti. Primo: esisteva, un inedito mercato, una massa disponibile a fare sacrifici per un prodotto (l´indipendenza, la democrazia). Secondo: occorreva semplificare l´obiettivo, "veicolarlo", renderlo ossessivamente presente. Terzo: bisognava farlo usando strategie di comunicazione non controllabili dal potere. "Basta" e "Indipendenza 05" sono diventati i semplici, efficaci e onnipresenti slogan. Lanciati dagli sms, amplificati dalle tv private, hanno raggiunto un pubblico trasversale e l´hanno conquistato. C´erano una voglia di dire "basta" e un desiderio di indipendenza che il cratere ha fatto affiorare e una strategia di marketing politico sostenuto. Attraversava strati sociali e confessioni religiose. Ha ottenuto l´appoggio delle corporazioni, dei potentati economici, di parte dell´esercito. Di qui il suo iniziale successo. Ma, adesso: durerà? Arriverà in fondo?

La posta in palio.
Michael Young, che è uno dei più brillanti analisti del quotidiano ‟Daily Star” dice che liberarsi del governo Kharami è stato come "staccare la spina al respiratore di un organismo comunque segnato". Altro è mirare più in alto: al presidente Lahoud e, attraverso lui, al siriano Assad (di cui è l´emissario, l´ombra, di più: "Lahoud sono io", disse Assad ad Hariri). "È un passaggio inevitabile - sostiene Chibli Mallat - La legalità non è stata spezzata con il governo Kharami, ma con l´estensione del mandato a Lahoud e non può essere ripristinata senza la sua rimozione". A qualunque punto della notte sia il dibattito sul significato autentico di democrazia nessuno può ragionevolmente sostenere che possa esserci democrazia senza legalità. Anche un´elezione è una mascherata in assenza di legalità. Il suo ripristino è l´obiettivo imprescindibile del movimento, il gradino su cui issarsi per proclamare l´indipendenza. Per riuscirci che cosa occorre? Tre gli ingredienti di Michael Young: "Opposizione unita, sintonia con la piazza, nuova leadership".
E qui cominciano i guai. Nazir Amzeh, professore di scienze politiche all´Università americana avverte i primi scricchiolii: "C´è stata una doppia frattura. Adesso la piazza è davanti e l´opposizione è rimasta indietro, divisa. La gente voleva la testa di Lahoud, e Jumblatt gliel´aveva promessa. Poi sono venute fuori le interferenze del patriarca maronita, i dubbi sulla reazione di Hezbollah e l´ala politica ha rinunciato alla sfida. È un precedente pericoloso. E svela che l´anti-re è mezzo nudo: i sunniti sono divisi, gli sciiti non ci sono, gli islamisti sono contro. E allora, potrebbe non bastare". Fin qui, la storia di questa insurrezione ha proceduto per atti concatenati, seppur di diversa matrice, che garantivano comunque un´armoniosa evoluzione. La folla si radunava d´impulso sul cratere, l´opposizione all´hotel Bristol scopriva di avere un´audience e l´invitava a una "pacifica intifada", i copy-writer le trovavano un simbolo, il dipartimento di Stato americano rinominava più convenientemente l´evento "rivoluzione dei cedri" (e allertava le tv), i giovani occupavano la piazza e invadevano le strade, l´opposizione, sorretta, attaccava e abbatteva il governo, i leader d´Occidente applaudivano. Era un ciclo di nuove virtù e vecchi vizi comunque travolgente. "A chi giova?", chiedevano gli scettici. Certo, non solo al Libano. Ma, di certo, al Libano. Ora che è finita al centro dell´attenzione mondiale, la partita è decisiva e anche e soprattutto quelli che la giocano da bordo campo, tirando i fili, lo sanno. Il Libano sarà comunque un esempio: di riuscita o fallimento. Sarà un motore di cambiamento o un freno che blocca la corsa e fa sbandare anche chi segue.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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