C´è un madornale errore di interpretazione nel continuare a parlare del rapporto tra Siria e Libano in termini di soldatini da spostare. Lo sbaglio è prendere l´esito dell´incontro di ieri tra il presidente siriano Assad e il "pro-sidente" libanese Lahoud e valutarlo per le sue conclusioni. Non ce ne sono. È tutto nell´inizio. L´effetto è la causa. Tutto si risolve in un gioco di specchi: Lahoud non esiste se non come riflesso di Assad. Ne è l´estensione e la garanzia. È l´uomo che ha "sirianizzato" l´esercito prima e lo Stato poi. E che adesso sta "sirianizzando" il ritiro, graduale, parziale o teatrale che sia. Disse Assad ad Hariri: "Lahoud sono io". Per Lahoud ha fatto scardinare non una ma due volte la costituzione libanese. Dal prolungamento forzato del mandato di Lahoud è nata questa crisi. Di nessun altro Assad si è fidato. Dice un proverbio arabo: "Il diavolo è meglio di un angelo che non conosci". Lahoud è il diavolo (probabilmente, anche se non ne ha il curriculum) con cui Assad ha stretto il patto.
Possono uscire dal Libano solo insieme. Per capire il significato e la forza di questo legame bisogna ripercorrere la storia di Emile Lahoud. Nasce 69 anni fa nel nord del Libano, da padre generale, poi ministro. Si arruola in marina a vent´anni, quindi studia ingegneria marittima a Londra. Rientrato nel Libano in guerra, serve sotto il generale Aoun. È l’88: Beirut è devastata dai bombardamenti. Nella vicina Jounieh i cittadini sanno che è ora di ripararsi quando passa Lahoud, diretto alle cantine dell´hotel Al Manar. Scoperto che il suo ufficiale non è un cuor di leone, Aoun lo fa fuori. Lahoud passa sull´altra sponda, con i siriani. Lo ringraziano subito. È l´89: c´è bisogno di un maronita da mettere a capo dell´esercito, ma nessuno accetta. Lahoud sì. In nove anni "sirianizza" l´apparato. Firma "l´accordo per la difesa e la sicurezza" che prevede un coordinamento tra le due forze, scambi di informazioni e personale. Tradotto: consente alla Siria di controllare i dossier e gli ufficiali del Libano. Da generale, Lahoud fa reprimere rivolte studentesche anti-siriane. Ma fa, anche, sparare su Hezbollah. E, in segreto, vede un emissario americano. Lo riferirà a Damasco il suo "tutore" personale, generale Al Sayyd. Gioca su più tavoli, ma su uno raccoglierà la posta.
È il 1998: Hafez Assad invita l´erede Bashar a esercitarsi per il potere cominciando con il cortile di casa: il Libano. Fin lì se n´era occupato il vicepresidente Khaddam, amico personale di Jumblatt e Hariri, unico siriano presente al suo funerale. Bashar ha bisogno di un suo uomo di fiducia. Che sia cristiano e che sia l´unico. Sceglie Lahoud, che va bene anche agli americani. Lo fa eleggere modificando l´articolo della Costituzione che vieta la carica a chi non abbia lasciato l´esercito da almeno due anni. È il primo strappo. Il patriarca maronita lo benedice, la Borsa sale. Hariri si dimette, Jumblatt protesta. Lahoud mette in tutti i posti chiave uomini di Damasco, alla Marina addirittura un siriano naturalizzato. Alla Sicurezza il suo "marcatore", generale Al Sayyd. Appare a tutti chiaro quello che prima si faceva finta di non vedere: a Beirut comanda l´ombra di Assad. Bill Clinton, che era uomo di franchezza politica pari all´ipocrisia personale, nel `99 chiama tutti i leader arabi per fare il punto della situazione e dimentica Lahoud. Seguono proteste diplomatiche. Ma nel 2000 il "pro-sidente" s´imbarazza da solo. Al vertice della Lega Araba al Cairo passa il suo discorso ai siriani, per approvazione. Mubarak lo chiama a parlare prima che arrivi l´ok.
Lahoud preferisce non rischiare, va a braccio per meno di un minuto e saluta. I suoi sei anni al potere, iniziati sotto il segno della speranza e della lotta alla corruzione, finiscono nel nulla di fatto. Alla storia stanno per consegnarsi i suoi sorrisi, immancabili benché un´agenzia di consulenza glieli abbia sconsigliati, le sue cravatte gialle, il suo amore per le barche. È 2004: nelle elezioni locali gli uomini di Lahoud hanno ottimi risultati. Assad si convince di aver scelto il cavallo giusto e non ne smonta: con Lahoud fino al traguardo, o nel fosso. A ottobre la costituzione viene emendata per la seconda volta, il mandato presidenziale esteso di anni tre. Riesce difficile capire il perché di una mossa del genere: come gli eventi dimostreranno, di affidabili esecutori delle volontà siriane il Libano è pieno. Ma dev´essere davvero la storia del diavolo familiare a convincere Bashar Assad. Incerto per natura, assediato dalla vecchia guardia, pensa che il modo migliore di evitare un passo falso sia camminare sulla vecchia strada, poco importa se la legalità condurrebbe altrove.
"Lahoud è lui". Hariri si dimette, come aveva già fatto nel `98. Jumblatt riscopre la ribellione e il resto è la cronaca di questi giorni. Sono giorni in cui Lahoud appare pallido e tirato, in cui capi di Stato estero (come Chirac) vengono in Libano, ma lo snobbano. Eppure, Lahoud resiste. Quando la piazza ne ha chiesto la testa, il patriarca ha chiesto e ottenuto che l´opposizione lo risparmiasse. Gli Stati Uniti insistono nel conteggio del risiko, ma tacciono su quella mazzata alla legalità che è stata la sua estensione. Un giornale kuwaitiano ha scritto che avrebbe naturalizzato tutti gli agenti dei servizi siriani, cosicché non dovranno lasciare il Libano. Né conferme, né smentite. Non ce n´è il tempo. Si stanno confezionando comunicati con numeri di soldati, indicando posizioni sulla cartina, facendo traslocare materassi. Un gioco di società a due, per far dimenticare a chi osserva il punto centrale della questione: l´influenza politica, non quella militare.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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