Dunque è da qui che vengo.
Sono tornato a constatare la mia eredità, ciò che mi spetta del lascito di una famiglia di contadini che non ha avuto mai niente di più della speranza di non doversi ‟mangiare la casa”, la speranza che i figli e i figli dei figli sarebbero potuti restare, o almeno tornare. Io sono tornato. Ma solo nell’intermezzo di un lungo viaggio, a provvisoria conclusione di molti mutamenti. Se fossero ancora vivi quelli che qui sono vissuti non mi riconoscerebbero. Io si; li ho conosciuti prima che cominciasse ogni cosa di me, talmente bambino che ancora non ero abilitato ad essere chiamato per nome, ma solo ‟gnoco”, che in lingua italiana non significa niente, ma nella mia tutto quello che un bambino desidera sentirsi essere agli occhi di chi lo ama. O forse invece si, saprebbero ancora chi sono; perché, nononstante tutto, ho ancora la loro faccia, la faccia dei ‟Garibà ”. ‟De chi è quer lì?” dicono al mio paese di uno che non conoscono. ‟Di chi è”, non ‟chi è”, perché nell’universo dei contadini si è qualcuno solo se a qualcuno si appartiene. ‟I è dei Garibà.” Ho a lungo pensato che quello dei Garibà fosse il destino da fuggire, ho fatto di tutto pur di non essere più di qualcuno, ma qualcuno. Fino a che, troppo tardi per poterli amare con l’innocenza che ora vorrei, ho capito che l’unico modo che avevo per non perdermi nel vasto mondo era tener ben presente da chi e da dove venivo, calibrare da questa casa e da questa gente la bussola per tutta la strada che ho ancora da fare.
Se in questa casa ci fosse ancora qualcuno vivo mi chiamerebbe a sé: ‟Veni, gnoco”. Terrebbe le mani sulla mia faccia per capire, mi direbbe, lo so: ‟come te sen scugnì”, come sei dimagrito. E mi farebbe piangere d’amore e nostalgia davanti a un piatto di minestrone appena tiepido, preso dalla pignatta che non si svuota mai.
Se penso che in quella culla ho forse dormito i primi anni della mia vita, se penso che quella Madonna mi ha protetto dalla difterite, dalla tubercolosi e da tutte le morti in agguato in un paese di campagna degli anni cinquanta, e vedo che questo è tutto ciò che mi è stato lasciato in eredità dalla mia ascendenza, ecco, allora finalmente so di essere anch’io un ereditiere.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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