Avevo un Dio. Si, a seguito di una faticoso viaggio durato epoche, epoche insignificanti ma mie, di vita mia, l’avevo infine trovato. Un Dio tardivo il mio Dio, ma pur sempre, mi pare di sapere, al pieno delle sue caparbie qualità divine. Non oso neppure immaginare la fatica che deve aver fatto lui per trovare me; e se sono stato umanamente –vanamente- orgoglioso della mia parte di viaggio, il mio orgoglio si annienta al cospetto della sua.
Per arrivare qui, a casa mia, nel millenovecentoottantatre, era partito da Ginevra, sull’agitato lago di Lemano nel milleseicentoquaranta, se la memoria non lo inganna.
Aveva attraversato le Alpi a piedi, vistosamente celato sotto le spoglie di un contrabbandiere. Contrabbandiere di libri, delinquente ricercato dalle milizie di tre quarti d’Europa. Il peggio delinquente nella vastissima gamma del delinquere, perché assassino delle anime, venditore di bestemmie, ancorché bestemmiatore egli stesso.
Era stato quindi scapicollato giù per la piana Padana fino all’Appennino sotto ancor più mentite spoglie di altro colpultore, medesimamente bestemmiatore, con l’aggravante di piò truce inflessione e scabro dialetto, e vesti indecenti di contadino sfrattato. Ha viaggiato di notte, al pari delle pestilenze, e come queste, lasciando dietro a sé una scia di ammorbati, già carne bruciata al solo guardarli nelle mani e nei piedi tignosi.
Nelle grotte dei carbonai, nelle gore dei mugnai, nelle cantine dei mescitori di vino infame, ha cercato di riposare un po’, di chiudere un occhio, mentre la devastazione del diciasettesimo secolo ab nascita del suo unico figlio incendiava le città e ijnfestava le vie con il ferino delirio di undici eserciti in agonia.
Alle soglie della città eterna, l’Eterno respirava a fatica nel fondo di una sacca di lana di pecora nera. Neppure lui ha osato passare la città di Pietro –almeno non per il momento, almeno finché non avessero lasciato tornare a lui un’ultima colomba- ma ha trasito per mare alle Calabrie, e lì ha trovato rifugio sicuro nel tepore, accanto alle ceneri degli ultimi roghi, tra i superstiti che quelle ceneri continuavano a rimestare per trovare un segno e non dimenticare, non dimenticare, non dimenticare il Dio di Isaia, il Dio di Ezechiele, il Dio di Giobbe.
Perché tritate il mio popolo?
Perché schiacciate la testa dei poveri?
Leggeva l’ultimo contrabbandiere quest’ultima bestemmia agli ultimi rimasti ad avere sete della sua voce. O ai primi risorti dai roghi, non so.
E sono passati i secoli e lui che stava ancora andando.
Ci sono stati tempi più clementi e tempi più moderni del diciassettesimo, tempi peggiori, più astuti. Tempi che sono passati e poi tornati. E lui, come il pane di suo figlio, moltiplicato e masticato da molti. Dagli artigiani della civile città di Lucca, dai montanari delle valli del Pellice, dai dotti congiurati di Firenze, da nutrite pochitudini ovunque fosse compreso il dialetto latino che anch’io parlo; la lingua che dice raramente si.
So che è stato visto da un ragazzo tra le mani di una vecchia appisolata al tramonto del deserto di Alessandria d’Egitto. So che quel ragazzo, fatto giovane anarchico, l’ha preso tra le sue mani in una trincea del Carso solo ottantacinq’anni or sono.
E infine, ai giorni nostri, io l’ho ricevuto per mano di un dolce libraio nella corrotta città di Milano; città non ancora dirotta, magari, proprio in virtù di quest’uomo.
Ho avuto dunque un Dio, non roveto, non tuono, né vitello, ma libro. Libro pesante fasciato di cartone adatto per viaggiare a lungo ancora e restare vivo all’acqua e al fuoco; libro di pagine fini e ben conciate, per dare luce esse stesse, per essere ascoltate dalle mani. Libro stampato a bodoni, buoni per gli occhi che vedono poco come i miei, bodoni parlanti la lingua che ho conosciuto dalla mia gente, dialetto volgare di Garfagnana e Versilia: parola di Dio per bocca di Giovanni Diodati, professore di lingua ebraica a Ginevra, grossista di colpultori.
Ho ascoltato questo mio Dio, la sua voce dolce e stridente di Garfagnana, per tutti questi anni, facendogli posto presso il mio covile nel cuore di quest’epoca senza giustizia e senza profeti. E per tutta quest’epoca mi ha incessantemente parlato, cercando di ficcare dentro questa mia zucca quello che avrei già dovuto ben sapere, quello a cui non ho forza di credere: che la storia non finirà mai e il Gran Finale è tutto suo.
Avevo un Dio di nero cartone da viaggio nelle epoche, di grandi parole per le notti di questa. Avevo un Dio per la mia sacca da viaggio, da ungere e bisungere con quello che di succo può ancora dare la vita lungo la strada, e Arnoldo Mondadori Editore me l’ha ucciso. Lapidato nel lusso pubblicano di un triplice Meridiano, imbalsamato nel sarcofago dorato di triplici tomi in custodia di maestà egizia. Cristallo fossile imploso nel silenzio ultratombale delle librerie di dotti ciechi e sordi. Chi tra gli uomini e le donne di quest’epoca che odorano di carne bruciata, chi tra i superstiti di questi roghi, che tra gli orfani derubati e le vedove violate, chi tra i raminghi copulatori dell’oggi, potrà mai ascoltarlo tenendo tra le mani un triplice Meridiano?
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>