Io amo uno scrittore a nome John Irving, nazionalità americana, razza bianca, cinquantenne, campione di lacrosse, bellissimo. Lo amo nel senso che me lo sposerei, che farei carte false per poterlo incontrare una volta e spifferargli la mia ammirata devozione, lo amo nel senso che vorrei almeno essere suo fratello. È un romanziere e di lui tengo in una scansia a parte tutte le opere conosciute e disponibili e sono continuamente ad informarmi su quello che sta scrivendo, su ciò che di lui sta traducendo il suo divin traduttore in lingua italiana, il mai abbastanza lodato Pier Francesco Paolini. Ogni suo romanzo l’ho letto più volte e non ho mai sopportato che alla fine finisse. Come posso dunque fare una recensione critica del suo ultimo romanzo uscito in italia, oltretutto il suo primo, il libro del suo incredibile esordio venticinque anni fa’? Naturalmente non è cosa; ma -oh!- mi si permettesse almeno di tesserne umilmente l’elogio dell’opera! Oltretutto questo Irving quasi quasi qui da noi non se lo fila nessuno. Che mi risulti non c’è mai stato dispendio recensorio nei suoi confronti, né si son fatte tavole rotonde. Le sue opere, comprate prima da Bompiani e poi da Rizzoli e pubblicate nelle collane di maggior smercio, vendono, ma non come ci si aspetterebbe dalle copertine ultrapopolari. Strano, perché è un grande. Quanti grandi romanzieri sono oggi operanti nel mondo? Dico grande e penso che il diretto concorrente di Irving, nel genere di romanzi che lui scrive, sia Charles Dickens, l’autore di Grandi Speranze, David Copperfield, Il Nostro Comune Amico. Irving scrive grandi storie morali, ovverossia ogni sua storia ha un fine, un’ampia prospettiva in cui le vite degli uomini possano dileguarsi e trovar ragione. Irving scrive romanzi che si vorrebbe fossero la vita. Per questo i suoi libri sono voluminosi, perché, per dispiegarsi, la morale di ogni storia ha bisogno di grandi spazi in fatto di avvenimenti e persone da raccontare: il vivere non è mai semplice, tantomeno banale, per nessuno, quando ne andiamo a cercare le ragioni, quando ne cerchiamo in ognuno la potente dignità dell’umano. Irving sa che per trovare le ragioni della vita di un ragazzo che in un giorno di primavera del ‘68 va in motocicletta a liberare gli orsi dello zoo, bisogna spaziare in tempi e luoghi molto vasti, indagare e ricapitolare infiniti intrecci, così che la storia di quel ragazzo diventa, per forza e fascino di cose, una storia dell’Austria e di molti viennesi dall’invasione nazista all’occupazione sovietica; e parecchio altro ancora, ovviamente. E Libertà per gli Orsi, che quel ragazzo è dentro questo libro, è solo il romanzo d’esordio di Irving e le sue facoltà romanziere non sono ancora del tutto dispiegate. Il Mondo secondo Garp, Hotel New Hampshire e Le regole della casa del sidro, sono le opere della sua maturità che fanno pari e patta con la trilogia dickensiana che summenzionavo. L’una per l’altra si trovano ancora in edizione economica della Bompiani, magari dai Remenders, a poche migliaia di lire: A 30 lire la pagina in corpo 9/10 vi portate a casa cose mai viste, cose mai lette. Fate conto che oggidì un minimalista americano o un succedaneo italiano non si portano via a meno di 200 lire a paginetta corpo 11/12. Dissipazione. Questo è il principio letterario a cui si attiene, lui, ogni volta che si accinge ad un romanzo. Ciò vuol dire che tutte le risorse umanamente reperibili in uno scrittore devono essere gettate, sperperate, sulla pagina, nella storia, -qui e ora- come in una grande battaglia, sempre decisiva: perché lo scopo è sempre alto. Le risorse di Irving: inventiva, tecnica dell’intreccio, padronanza assoluta del dramma, umorismo, comicità, fantasia della lingua, popolarissima, colta, letteraria (ah; Paolini, quant’è bravo!). Da questo punto di vista non esiste una differenza sostanziale tra la sua prima opera e l’ultima. Come fosse nato adulto, almeno come scrittore. ‟Devi farti un’ossessione e restarne ossessionato”, dice un personaggio a proposito del ‟che fare” nella vita. Mentre il che fare del romanzo e del romanziere sta scritto alla fine del Mondo secondo Garp: ‟Al pari degli altri medici, Jenny Garp pronunciò il giuramento di Ippocrate, il cosiddetto padre della medicina: giurò cioè di dedicarsi a una missione come quella che Garp una volta descrisse, sebbene si riferisse alla missione di uno scrittore (‟... cercare di tener qualcuno in vita, per sempre. Anche quelli che dovranno morire alla fine. È più importante che mai tenere in vita questi qui.”) Quindi la ricerca sul cancro non deprimeva Jenny Garp che amava definire se stessa come suo padre definiva un romanziere: un medico che cura solo casi disperati.” Tenere in vita. Irving tiene in vita un universo, tanto articolato, complesso, tragico e divertente, che ti capita davvero di pensarlo la vita, la vita che consegna ad ognuno la sua epicità perché possa essere narrata a partecipazione di tutti. Todos caballeros nelle storie di Irving. Todos caballeros la morale, il fine, a cui pare non siamo più abituati a pensare come a un modo -davvero- umano di intendere i destini Nei romanzi irvinghiani la fine arriva solo quando non c’è più nessuno in vita; ovviamente: nessuna storia umana può considerarsi chiusa prima del suo svolgimento completo, prima che i suoi riflessi si siano estinti nello spazio e nel tempo. In definitiva letteratura popolare quella di Irving, come lo fu appunto quella di Dichkens; qualcosa che, come la nutella, nutra mentre diverte e, come la nutella, se ne scopre la vera bontà solo quando ci costringe ad alzarcii a notte fonda per infilarci i diti dentro di nascosto da tutti. Il di noi postmoderno compreso. Andatevi a comprare i libri di Irving e magari incominciate da Libertà per gli orsi, anche se è ancora in edizione di lusso. Ognuno ha la sua grande morale, ognuno la sua grande metafora, e tutti un mondo dentro che la renda vera, umana, giusta. Potreste prendere Libertà per gli orsi per un libro sul 68; visto che è stato scritto in quell’anno e parla di libertà per qualcuno. Chi resta vivo -e libero- alla fine è una coppia di ‟Rari Orsi dagli Occhiali”, che dovrebbe ancora aggirarsi per i boschi e i prativi dell’Austria e forsanche, visto che gli orsi son grandi camminatori, dell’Europa. Da allora, visto che tra loro sono molto dolci e affettuosi, avranno anche figliato. Ci sono dunque diversi ‟Rari Orsi dagli Occhiali” in giro per il mondo. E, come dice l’ultima riga del libro: ‟Di certo, mi aspetto di udire grandi cose sui Rari Orsi dagli Occhiali”.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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